Mi è capitato in questi giorni di leggere con attenzione la nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas — Sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. L'ho letta con la curiosità culturale, più che spirituale, dell'agnostico.
Mi ha colpito vedere come, improvvisamente, anche la Chiesa sembri sentire il bisogno di difendere il mistero. Di proteggerlo. Di restituirgli aria e spazio in un tempo che tende a comprimere tutto dentro dati, prestazioni, previsioni, ottimizzazioni.
C'è qualcosa di ironico, perfino di storicamente paradossale, in tutto questo.
Per secoli le religioni organizzate — non soltanto quella cattolica, ma le religioni tutte, quando diventano sistemi chiusi di interpretazione del mondo — non sempre hanno custodito il mistero: spesso lo hanno amministrato. Normato. Recintato. L'inspiegabile, quando faceva comodo, diventava dogma. Il dubbio diventava colpa. L'inquietudine eresia. La ricerca, obbedienza.
Eppure oggi, davanti a un mondo che rischia davvero di ridurre l'essere umano a funzione e comportamento prevedibile — sottraendo progressivamente potere anche alle istituzioni religiose per trasferirlo alle grandi Tech Company — persino la Chiesa sembra accorgersi che senza una zona non completamente traducibile l'uomo si impoverisce. È qui che, sorprendentemente, trovo una consonanza.
Per secoli abbiamo creduto che il mistero fosse soltanto una stanza ancora buia della conoscenza, destinata prima o poi ad illuminarsi. Un temporaneo difetto di comprensione. Una crepa nella tecnica. Una distanza tra noi e la verità.
Poi sono arrivati i satelliti, gli acceleratori di particelle, gli algoritmi predittivi, le reti neurali. E adesso le intelligenze artificiali che scrivono, disegnano, parlano, simulano emozioni e ricompongono il linguaggio umano come enormi caleidoscopi statistici. Razionalizzano tutto, perfino l'irrazionale.
Eppure.
Eppure continuo a pensare che esista una zona d'ombra dell'essere umano che non debba essere completamente tradotta, spiegata. Non perché sia inutile comprenderla, ma perché è proprio nello sforzo — mai concluso, mai del tutto riuscito — di comprenderla che nasce la nostra umanità.
L'uomo non vive soltanto di risposte. Vive del tentativo di dare un nome alla nostalgia e all'inquietudine, allo spaesamento e all'angoscia — come ce l'ha raccontata Kierkegaard. Vive nel tentativo di spiegare il tremore improvviso provocato da una Life on Mars? qualsiasi ascoltata in macchina sotto la pioggia. Di raccontare il silenzio dei fiordi norvegesi quando il cielo sembra voler parlare senza avere lingua. Di catturare attimi in versi sbiechi o in acquerelli sbiaditi, per come può.
É proprio dall'angoscia, dall'inquietudine, dall'incompiutezza che nasce la parte più bella dell'umanità.
Fernando Pessoa moltiplicava sé stesso negli eteronimi perché intuiva che l'identità umana non è una formula ma una costellazione. Knut Hamsun trasformava il paesaggio nordico in febbre interiore. E forse tutta la grande letteratura è questo: il disperato e magnifico tentativo dell'uomo di avvicinare e raccontare ciò che non riesce completamente a tradurre.
Da laico, da agnostico, da uomo diffidente verso i dogmi e le verità assolute, mi accorgo oggi di sentire il bisogno di difendere quello spazio. Non propriamente la religione. Ma il diritto dell'essere umano a non essere interamente ridotto a funzione, dato, previsione, efficienza. A verità pregresse.
Perché una vita completamente spiegata rischia di diventare una vita completamente amministrata, eterodiretta, influenzata.
Non dobbiamo avere paura della tecnica, e quindi nemmeno dell'AI. La tecnica cura, connette, salva, accelera, emancipa. Ma dobbiamo avere paura di un mondo che non lasci più spazio all'incomprensibile, al fragile, al contemplativo, all'inutile apparente.
Perché è lì che respira ancora l'anima umana.
E allora — se c'è un'esortazione che mi sento di fare — è questa: abbiate cura delle vostre esitazioni. Custoditele con affezione. Non scusatevi per le pause, per le increspature, per i momenti in cui non sapete bene cosa siete o cosa volete. Sono proprio quelle crepe a lasciar passare la luce. Sono la prova che state ancora cercando, ancora sentendo, ancora resistendo alla semplificazione.
Un essere umano che esita vale più di un algoritmo che non sbaglia mai.
Forse il compito dell'uomo, oggi, non è difendere una superiorità rispetto alla macchina. È custodire ciò che, anche davanti alla macchina più perfetta del mondo, continuerà a restare misteriosamente umano.
Abbiamo il diritto di abitare il nostro mistero e il nostro dubbio, perché sono ciò che ci rende uomini. Difendere questo diritto significa difendere la libertà, e sarà la vera sfida politica del nostro tempo.
