domenica 31 maggio 2026

C’è qualcosa nell’umano che non deve essere interamente spiegabile?


Mi è capitato in questi giorni di leggere con attenzione la nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica HumanitasSulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. L'ho letta con la curiosità culturale, più che spirituale, dell'agnostico.

Mi ha colpito vedere come, improvvisamente, anche la Chiesa sembri sentire il bisogno di difendere il mistero. Di proteggerlo. Di restituirgli aria e spazio in un tempo che tende a comprimere tutto dentro dati, prestazioni, previsioni, ottimizzazioni.

C'è qualcosa di ironico, perfino di storicamente paradossale, in tutto questo.

Per secoli le religioni organizzate — non soltanto quella cattolica, ma le religioni tutte, quando diventano sistemi chiusi di interpretazione del mondo — non sempre hanno custodito il mistero: spesso lo hanno amministrato. Normato. Recintato. L'inspiegabile, quando faceva comodo, diventava dogma. Il dubbio diventava colpa. L'inquietudine eresia. La ricerca, obbedienza.

Eppure oggi, davanti a un mondo che rischia davvero di ridurre l'essere umano a funzione e comportamento prevedibile — sottraendo progressivamente potere anche alle istituzioni religiose per trasferirlo alle grandi Tech Company — persino la Chiesa sembra accorgersi che senza una zona non completamente traducibile l'uomo si impoverisce. È qui che, sorprendentemente, trovo una consonanza.


Per secoli abbiamo creduto che il mistero fosse soltanto una stanza ancora buia della conoscenza, destinata prima o poi ad illuminarsi. Un temporaneo difetto di comprensione. Una crepa nella tecnica. Una distanza tra noi e la verità.

Poi sono arrivati i satelliti, gli acceleratori di particelle, gli algoritmi predittivi, le reti neurali. E adesso le intelligenze artificiali che scrivono, disegnano, parlano, simulano emozioni e ricompongono il linguaggio umano come enormi caleidoscopi statistici. Razionalizzano tutto, perfino l'irrazionale.

Eppure.

Eppure continuo a pensare che esista una zona d'ombra dell'essere umano che non debba essere completamente tradotta, spiegata. Non perché sia inutile comprenderla, ma perché è proprio nello sforzo — mai concluso, mai del tutto riuscito — di comprenderla che nasce la nostra umanità.

L'uomo non vive soltanto di risposte. Vive del tentativo di dare un nome alla nostalgia e all'inquietudine, allo spaesamento e all'angoscia — come ce l'ha raccontata Kierkegaard. Vive nel tentativo di spiegare il tremore improvviso provocato da una Life on Mars? qualsiasi ascoltata in macchina sotto la pioggia. Di raccontare il silenzio dei fiordi norvegesi quando il cielo sembra voler parlare senza avere lingua. Di catturare attimi in versi sbiechi o in acquerelli sbiaditi, per come può.
É proprio dall'angoscia, dall'inquietudine, dall'incompiutezza che nasce la parte più bella dell'umanità.
Fernando Pessoa moltiplicava sé stesso negli eteronimi perché intuiva che l'identità umana non è una formula ma una costellazione. Knut Hamsun trasformava il paesaggio nordico in febbre interiore. E forse tutta la grande letteratura è questo: il disperato e magnifico tentativo dell'uomo di avvicinare e raccontare ciò che non riesce completamente a tradurre. 


Da laico, da agnostico, da uomo diffidente verso i dogmi e le verità assolute, mi accorgo oggi di sentire il bisogno di difendere quello spazio. Non propriamente la religione. Ma il diritto dell'essere umano a non essere interamente ridotto a funzione, dato, previsione, efficienza. A verità pregresse.

Perché una vita completamente spiegata rischia di diventare una vita completamente amministrata, eterodiretta, influenzata.


Non dobbiamo avere paura della tecnica, e quindi nemmeno dell'AI. La tecnica cura, connette, salva, accelera, emancipa. Ma dobbiamo avere paura di un mondo che non lasci più spazio all'incomprensibile, al fragile, al contemplativo, all'inutile apparente.

Perché è lì che respira ancora l'anima umana.


E allora — se c'è un'esortazione che mi sento di fare — è questa: abbiate cura delle vostre esitazioni. Custoditele con affezione. Non scusatevi per le pause, per le increspature, per i momenti in cui non sapete bene cosa siete o cosa volete. Sono proprio quelle crepe a lasciar passare la luce. Sono la prova che state ancora cercando, ancora sentendo, ancora resistendo alla semplificazione.

Un essere umano che esita vale più di un algoritmo che non sbaglia mai.

Forse il compito dell'uomo, oggi, non è difendere una superiorità rispetto alla macchina. È custodire ciò che, anche davanti alla macchina più perfetta del mondo, continuerà a restare misteriosamente umano. 

Abbiamo il diritto di abitare il nostro mistero e il nostro dubbio, perché sono ciò che ci rende uomini. Difendere questo diritto significa difendere la libertà, e sarà la vera sfida politica del nostro tempo.

mercoledì 19 novembre 2025

A graticcio


Ho letto su un muro sporco di Colmar una poesia triste di Baudelaire. 

Colava vernice e profumava rancore, mischiava nero e muschio, e raccontava bellezza.

Parlava di sguardi e di tenebre, di abissi e di fughe; di te, di me e della paura di perdersi. 

Penso sempre a quanto è ingiusto, sovrastare di senso i nostri piccoli dissensi, di fronte al mondo in fiamme. Di fronte ai droni che inceneriscono piazze, le carceri piene di inermi o alle macerie delle macerie, che senso hanno i nostri dissensi? 

Sui canali della Petite Venise scendeva pioggia senza sosta, la vernice sulle facciate a graticcio si scioglieva e neppure un verso di Baudelaire rimaneva davvero. 

Dimenticato, nell'inverno.

sabato 8 febbraio 2025

Leipzig

Singhiozzante

passa lento un altro Trabi:

ridi. Non concepisci

il rimpianto di quei singhiozzi 

a GoetheStraße. 


sabato 1 febbraio 2025

Aker Brygge

Poche cose mi appagano e mi riempiono come passeggiare lungo Aker Brygge.

Non è un piacere estemporaneo, c'è dentro tanta parte del mio percorso esistenziale, culturale, morale, filosofico e civico. C'è tutto questo in una semplice passeggiata su un molo di Oslo.


Perché il mio amore caldo per questo posto freddo viene da lontano: viene dalla sovversione familiare di Casa di Bambola, attraversa i viaggi emozionali del Nagel di Hamsun, e sfocia nelle abitudini introspettive del piastrellista di Solstad. 


Geograficamente, la passeggiata su Aker Brygge approda poi in Piazza del Municipio, sede del Museo Nobel. È una perfetta metafora geopolitica. 

La cultura intima, riflessiva, individuale ma mai individualistica si apre ad una cultura collettiva che si fonda sul rispetto, sull'apertura, sulla fiducia verso il prossimo. Il museo Nobel è una trasposizione dell'idem sentire che ho con la concezione norvegese dei diritti umani, del dialogo tra i popoli come base per una Pace duratura, e di un politically correct straordinariamente applicato alla faccia dei torvi, inefficaci sovranismi di tutte le latitudini.

sabato 11 gennaio 2025

Ridicoli coi forti

La destra sovranista italiana ed europea è un concentrato di contraddizioni e superficialità ideologica e politica.

Forti di un consenso mai visto prima e di una stabilità che da sola (insieme agli stanziamenti europei) gli permette di ottenere risultati economici, i sovranisti sprecano il loro tempo nel rincorrere l'attualità, la cronaca, i piccoli risultati da vantare sui social di riferimento, ma non si rendono conto che non solo non stanno cambiando niente e costruendo men che meno, ma si stanno auto-disinnescando.


Sanno esercitare il loro cialtronesco muscolarismo dialettico solo contro scialuppe di disperati e opposizioni crepuscolari, ma pur di ottenere sovvenzioni, supporto, vantaggi di ogni genere si ritrovano a sostenere il golpe globalista/tecnocratico/capitalista di Musk & company.
Non sono solo deboli con i forti, sono letteralmente ridicoli: denunciavano fantomatici poteri forti nei confronti di governicchi caduti dopo sei mesi, e adesso si auto-seppelliscono in assordanti silenzi contro persone che accentrano su di sé il PIL dell'intera Argentina. 

Sono svariati gli ambiti in cui questa posizione ultra-supina e totalmente contraddittoria nei confronti delle concentrazioni di potere si esercita.
Ad esempio, nell'ambito della politica industriale ed ambientale, i sovranisti si lamentano da anni delle aperture europee all'elettrico, sostenendo fosse il più grande dei disastri, salvo poi trovarsi dalla parte del più grande produttore al mondo di auto elettriche e dei suoi interessi che ben volentieri guarda dissanguarsi i suoi secolari competitor europei.

Si dicono Conservatori, ripugnano tutto ciò che viene dal progresso e dai progressisti, ma poi sono i più strenui difensori delle libertà espansionistiche dei magnati dei Social Network, che con i loro algoritmi stanno annientando la società contemporanea e ancor più le prossime generazioni. Non fanno niente contro la più grande Tecnocrazia mai esistita sulla Terra, e contro un uomo che licenzia migliaia di persone con un clic, che lancia satelliti che può spegnere in qualsiasi momento, contro un catalizzatore di dati sensibili di chiunque, loro che difendevano strenuamente la privacy quando qualcuno voleva salvargli la vita con un vaccino.

Sbandierano medievali valori cristiani, ma poi li barattano sostenendo un predatore sessuale alla Casa Bianca, e orde di perversi egotici in ogni paese, persone che così lontane dagli insegnamenti di Cristo non se ne erano mai viste nei vari parlamenti.

In un'economia, quella italiana, da sempre basata su piccole e medie imprese, lasciano Amazon scorrazzare e devastare gran parte dei settori produttivi, non facendo niente di sovranistico ma anzi lasciando che aziende ogni giorno muoiano o riducano drasticamente i loro introiti.

Anche sulle guerre, non li senti mai schierarsi davvero contro i Putin o i Netanyahu di turno, ma si improvvisano pacifisti laddove la pace è soltanto autorizzazione alla sopraffazione. 


Questi pseudo-sovranisti non sono altro che morbidi tappetini rossi stesi di fronte a mortali agglomerati di potere economico/finanziario/politico il cui piacere più grande sarà quello di poter convertire la vita, e la dignità, di milioni di lavoratori in velocissime procedure digitali da esercitare nella più assoluta libertà. E il bello è che, presto o tardi, saranno proprio loro, il loro misero ed estemporaneo consenso, ad essere eliminati con un clic da chi maneggia (e possiede) quegli spazi digitali.

venerdì 5 luglio 2024

Argilla

Una vera e propria diaspora. Sulla strada che porta verso la stazione stormi di mamme con bimbi in braccio, uomini feriti bendati zoppicanti, anziani troppo anziani per camminare e giovani troppo giovani per stare soli.

Lunghe file di disperazione, di pianti, scie d'infelicità lasciate sui terreni ciottolosi.
Dopo l'ultimo attacco con i droni tetti rotti e muri forati facevano da sfondo ovunque, ogni foto era inesorabilmente una cartolina drammatica per amici e quasi amici.
In una cucina spoglia con vista sull'inferno lavoravo l'argilla polimerica fischiettando "back in black", una bella giraffa dal collo lungo lungo e dalle macchie larghe. Dopo l'attacco c'era più corrente alternata che corrente diretta però.
Per completare il lavoro devo cuocere la giraffa in forno convenzionale, ma non si accende.
Provo con una torcia a scendere nel locale seminterrato dove si trova il generatore. C'è polvere ovunque.
Risalgo faticosamente, il forno non funziona, non c'è corrente di nuovo.
Fuori si sente un ronzio, sempre più forte, sempre più minaccioso. Dalla finestra vedo bagliori sempre meno lontani.
Sposto la giraffa dal collo lungo lungo dentro una vetrina con serratura in camera; è rugginosa, fatico a girare la chiave e fatico ancora di più a estrarla. Me la nascondo in tasca, non prima di averla ripulita dalla ruggine, con accuratezza maniacale.
Il mobile ha uno specchio grande e un po' ossidato dal tempo, gli angoli scheggiati, alzo lo sguardo - un boato - mi osservo svanire.

Non faceva freddo

In fondo non faceva freddo.
Pioveva sì, e molto, ma non faceva freddo.
La pensilina di policarbonato era spaccata in più punti, e lasciava filtrare schizzi in maniera continua, fastidiosa. Una piccola tortura, ma tutto sommato non faceva freddo.
Il ritardo si accumulava, cresceva, l'autobus doveva passare alle 17:15, adesso l'orologio segnava le 17:36 e del mio ultimo spiraglio di speranza di arrivare in orario all'appuntamento non rimaneva traccia.
Pioveva, la pensilina era semidistrutta, l'autobus era in ritardo e quei due balordi che sedevano, uno sulla panchina l'altro a terra, alla mia sinistra, iniziavano a lanciare occhiate oblique verso di me.
Il tipo magro seduto a terra aveva dei jeans con una quantità enorme di strappi, mi chiedevo che senso avesse pagare un indumento per intero se poi mancava così tanto tessuto. Pensieri sconnessi fatti per ingannare la paura.
Il tipo seduto sulla panca indossava cuffiette e canticchiava in un inglese zoppicante, azzeccava qualche verso ma credo non avesse mai avuto la voglia di andare a leggersi il testo di quella canzone per intero, accuratamente. Era sicuramente un tipo pigro, uno di quelli che si siedono ovunque e che non hanno voglia di leggersi il testo di una canzone per provare a capirla. Secondo me non aveva neppure tutta questa voglia di guadagnarsi da vivere, uno così non spiegherebbe mai alla signora anziana i vantaggi di uno smartphone con una memoria da 256 gb rispetto a uno da 128 gb, non preparerebbe mai un Camogli in autostrada o non stirerebbe mai dei vestiti con 30° a Luglio.
Lui e il suo amico forse preferiscono seguire il primo uomo di mezza età con la sua giacca grigia a quadri e il suo notebook ben riposto nella borsetta elegante a tracolla fino alla fermata dell'autobus, in un giorno di pioggia, e appena rimangono soli...
Altri pensieri sconnessi.
Il tipo alto mi si avvicinò improvvisamente, io sentii un calore improvviso divamparmi dentro.
- Hai da accendere?
- No, non fumo, mi spiace.
- Uhm...
I due tizi poco socievoli mi scrutavano, pioveva sempre più forte, la pensilina lasciava filtrare sempre più schizzi sulla mia giacca acquistata a caro prezzo nel negozio del centro dieci giorni prima, l'autobus non accennava ad arrivare e l'appuntamento con il responsabile acquisti della lavanderia industriale con cui dovevo firmare un contratto se ne andava a farsi benedire.
Però non faceva freddo. E non tutto era perduto. Non ancora.
Da tutta la vita mi allenavo a mantenermi saldo e lucido, a non cedere alla disperazione di fronte ad ogni timore.
Mi allenavo cercando di individuare sempre un elemento positivo in ogni situazione, mi aggrappavo a quel dettaglio per non lasciarmi sommergere dall'angoscia.
Le piccole paure personali sono immorali, questo pensavo, davvero.
Ci sono tante e tali violenze, crudeltà, sofferenze nel mondo. Sempre, ovunque. Non abbiamo diritto di avere così tanta paura nelle piccole situazioni quotidiane.
È vero pioveva a dirotto, la pensilina era rotta, anche la borsa del notebook iniziava a bagnarsi, erano le 17:44 e l'autobus non arrivava, gli impiegati della lavanderia alle 18:00 se ne andavano, i due balordi iniziavano ad agitarsi, ma non faceva freddo, tutto sommato.

17:48.
Un leggero cigolio, ammortizzatori da pensionare già da un po', schizzi dalle pozze formatesi sui lati della strada mi bagnano le scarpe dal tessuto sintetico tutt'altro che impermeabile.
Salgo, timbro, siedo accanto al signore anziano più rassicurante che abbia mai visto su un autobus di periferia.
Sospiro profondamente, sono vivo.