domenica 16 novembre 2014

Tardoautunnale

Adesso è quel tempo in cui l'incartocciarsi della foglia sotto i piedi è la più frequente delle colonne sonore, se ti immergi in una promenata verso il centro-città in via di agghirlandamento.
Il suono piacevole e fastidioso del tappeto giallo in cui affondi lo stivaletto rimanda alla malinconia implacabile, ineludibile di tutti i cambiamenti.

Le malinconie risplendono di poesia e nulla come la malinconia della natura si avvicina alla Poesia Perfetta.

L'attesa, qualunque attesa, nel periodo tardo-autunnale è più feconda, più densa, più autocompatita. Come in una canzone di Bon Iver, ogni pensiero in questo spicchio di stagione è un quadro in cui la cornice è essenza stessa dell'opera. 


sabato 25 ottobre 2014

Blut und boden


Non credere no, 
non credere neppure un istante
alla verità piccina
della stirpe, del sangue.

domenica 28 settembre 2014

Riforme, queste sconosciute.

L'Italia si dimostra in questi giorni, in queste ore, ancora una volta, paese di insormontabili corporativismi.
A qualsiasi fronte di riformismo si apra, anche solo con semplici annunci, si frappongono immediatamente resistenze invincibili, trasversali, furibonde.

Qualsiasi categoria in Italia è sempre svelta nel dichiarare la propria benevolenza verso il cambiamento, ma appena si prova a intavolare una discussione su qualche microscopica variazione al loro status ecco che scoppiano rappresaglie mediatiche, scioperi, lobbismi di basso livello, accuse di autoritarismo/ massoneria/ anticostituzionalità assortite.




Riformate tutto ma non il mio spicchio di mondo.



No, il riformismo in Italia non ha strada. Non si possono tentare rivoluzioni né innovazioni, in nessun campo.
Se affronti il tema dei "nuovi" diritti civili insorge la Chiesa, se affronti il tema della liberalizzazione e della sburocratizzazione dei contratti di lavoro insorgono i sindacati, che provi a mettere mano alla pubblica amministrazione o alla scuola cadono i governi come foglie in autunno.

Non abbiamo ben capito quale sia la direzione in cui si muovono le scelte del governo, non sembra trasparire una "weltanschauung" compiuta e univoca, e certamente l'impressione è che qualcosa sia mutato rispetto alle idee espresse da Renzi durante le ultime campagne elettorali. Tuttavia, la sensazione è che, al di là dei demeriti del governo, siano queste forze conservatrici ad averla vinta.

Dalle componenti retrograde del governo (NCD), a quelle della maggioranza (bersaniani e dintorni), fino alle opposizioni che soffiano sul fuoco della protesta e dell'antipolitca fine a se stessa (M5S), tutti difendono i privilegi acquisti dal proprio partito/movimento o dal proprio micro-elettorato di riferimento, dimenticando (volontariamente) il bene superiore rappresentato dall'esigenza di dare un futuro al paese.

Il passatismo è un virus che non riusciamo a debellare: tutto rimane fermo, immobile, vetusto.

Aggiungiamo regole, leggi, decreti senza riuscire a cogliere il vero risultato di cui abbiamo bisogno, ovvero quello di asciugare le paludi burocratiche che atrofizzano le articolazioni moriture del paese. Insidioso l'accesso al lavoro, ingessata l'economia, bloccata l'esistenza dei cittadini.

Non sono favorevole al governo (non ancora, se non riesce a realizzare almeno una parte di ciò che si prometteva).
Di certo, però, sono all'opposizione di questa opposizione, di buona parte delle opposizioni.
A furia di opporci a tutto e a tutti, per invidia, per convenienza elettorale, per corporativismo, per conservazione dei privilegi, abbiamo finito per annientare la speranza, la voglia, la fiducia.
Criticando tutto e tutti senza misura, spesso senza argomenti, in maniera faziosa abbiamo finito per devastare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Nessuno propone niente, se non piccoli palliativi a problemi di secondaria importanza, eppure tutti brillano nella dialettica distruttiva dell'avversario.

Questa è l'Italia: un paese che ha deliberatamente deciso di opporsi al futuro.

sabato 30 agosto 2014

Disinformescion

Non ci sono dubbi: la politica ha deluso tutti.
Ha deluso ad ogni livello, in ogni campo, difficile trovare qualcuno che sostenga il contrario. C'è però un settore, in Italia, che per certi aspetti è ancora più deludente della politica: il giornalismo.
Salvo rari, benemeriti casi, in Italia il giornalismo è il frutto scadente di un posizionamento strategico, l'emanazione costante e patetica dell'asservimento alla quota di mercato di riferimento.
Va in onda su schermi grandi e piccoli il killeraggio quotidiano del libero arbitrio, in un un trionfo senza ostacoli della faziosità assurta a pensiero dominante della professione.
Lo spettacolo è miserrimo: giornalisti supini che narrano le gesta dell' insignificante capocorrente di turno come fosse Adenauer, cantori di impavidi rivoluzionari che tratteggiano sceneggiate puerili come fossero prese della Bastiglia, funamboli del taglia e cuci che aggiustano dichiarazioni in base ai gusti dei propri lettori.
Dimmi cosa voti e ti dirò ciò che vuoi, sembra essere il modus operandi delle testate nostrane.

Preoccupa molto questa situazione in cui non è tanto la libertà di stampa ad essere in pericolo (nella speciale classifica grazie alle recenti riforme abbiamo scalato diverse posizioni) quanto l'atteggiamento di fornitori e fruitori di informazioni, per i quali al racconto dei fatti viene sempre anteposta l'opinione, il giudizio schierato politicamente.
Il lettore italiano medio prova quasi ribrezzo per quel lavoro duro, noioso, a volte fastidioso di ricerca della verità, di approfondimento, di elaborazione di un giudizio libero. Predilige notizie preconfezionate che gli dicano che le sue scelte di campo sono quelle giuste, che gli forniscano qualche argomento da utilizzare nelle discussioni tra amici. 
Purtroppo la stampa, come la politica, sono sempre lo specchio di un paese.

Sarebbe quindi utopico aspirare oggi, dopo venti anni di berlusconismo, dopo mezzo secolo di lottizzazioni sfrenate dei media pubblici, di manuale Cencelli applicato alle direzioni di giornali e telegiornali, ad un giornalismo del livello anche culturale che questo paese meriterebbe: e pensare che un tempo il livello del nostro giornalismo era assoluto.
Ricordare la qualità, il fermento culturale espresso dalle riviste fiorentine del primo novecento, ai Papini e ai Prezzolini, ai Croce e ai Salvemini, all'autorità anche morale del Corriere della Sera del direttorissimo Albertini, alla bellezza degli elzeviri di Montale sullo stesso quotidiano mette soltanto tanta tristezza e una dolorosa malinconia.

Imparzialità, questa sconosciuta.
Oggi abbiamo a disposizione solamente prodotti mediatici schierati politicamente, giornali che cercano di influire sulla politica, giornali (e siti) che in maniera parassitaria traggono sussistenza inseguendo l'umore di questo o quel capopartito.
In un paese dove la destra ottocentesca è stata esempio di liberalismo, abbiamo una destra in cui gli unici due quotidiani di riferimento (Il Giornale e Libero) sono praticamente proprietà di Berlusconi, come lo sono diversi canali televisivi, e l'impatto sull'opinione pubblica, l'alterazione della verità in questo ventennio sappiamo essere stato devastante.
Abbiamo una sinistra che perpetua da decenni un circolo vizioso di auto-indulgenza verso una militarizzazione degli organi di stampa: giornali, telegiornali che raccontavano verità comode chiudendo gli occhi di fronte ad una realtà di errori, occasioni perse, consociativismi, compromessi al ribasso. Oppure, in alternativa, abbiamo avuto per decenni giornali del tutto schiavi di un'ideologia (Il Manifesto, l'Unità) che nel frattempo veniva demolita dalla storia, così da trovarsi improvvisamente senza lettori, senza sostenitori, senza senso. Ovvio, se racconti una realtà che non c'è più.

Il problema però, in rapporto al "nuovo che avanza", è addirittura ancor più pericoloso: da Renzi e la sua strategia tutta fondata sul marketing dalla quale la televisione appare totalmente inebetita, fino a quella che si presenta come opposizione al sistema che al contrario usa mezzi nuovi (internet) ma metodi vecchissimi.
Quest'ultimo prodotto della faziosità italica è infatti tra i peggiori in assoluto specie per la qualità del prodotto giornalistico: siti internet (alcuni dei quali di proprietà del cofondatore del Movimento 5 stelle, che di questo stiamo parlando) che usano un linguaggio del tutto sproporzionato e fuorviante rispetto a ciò che raccontano. Un vortice di urla e scandalismo basato sul nulla (quando va bene) o sulla menzogna (nei casi peggiori). 
Produzioni seriali di FINTI SCOOP (come ben testimonia questo articolo), fotomontaggi da asilo, ricerca spasmodica di click a buon mercato, ipnosi del lettore al quale vengono fornite valvole di sfogo alla propria rabbia in un coacervo di balle, rivelazioni apocalittiche, illusioni di verità alternative che hanno come unico risultato ottenuto quello di aver creato una nuova figura sociale: quella dell'adepto (incazzato) al Nulla.

sabato 5 luglio 2014

Storie della storia del calcio.

Il calcio non è solo uno sport. Certo, i detrattori dipingono ormai questa bicentenaria attività ludica come un caravanserraglio di immoralità, una terra di nessuno abitata soltanto da esseri sopraffatti da superficialità e materialismo.
Purtroppo ho il dovere di annunciare che l'occhio coglie solo ciò che alberga nell'animo. Se ci si sofferma soltanto sugli aspetti economici, gli stipendi folli, il gossip che annichilisce, bé, forse è perché si ha la capacità, o la voglia, di cogliere solo questi tristi aspetti.

Il calcio è anche altro: è  romanzo e poesia, dramma e liturgia.
Lo abbiamo notato anche durante questi Mondiali che pure, non va dimenticato, sugli aspetti "amministrativi" ed etici di pecche se ne portano dietro in quantità industriale.

Il calcio è il palo di Dzemaili al 121° minuto di battaglia tra David Svizzera e Golia Argentina, quando tra gli elvetici s'insinua il dubbio che iddio sia passato dalla parte dei più forti.
Il calcio è la traversa di Pinilla, e il suo tatuaggio che immortala la disperazione di un uomo e della sua nazione.
Il calcio è la squadra dell'Iran che si tiene in equilibrio tra la voglia di dare gioia ai propri sostenitori e il low profile imposto dalla spending review più talebana della storia: una sola maglia per tutta la durata del torneo. E guai a chi esulta, in patria.
Il calcio è David Luiz che a fine partita invita lo stadio in festa a tributare un applauso universale a James Rodriguez, la vera grande stella sbocciata nella competizione. L'onore delle armi.
Il calcio è Tim Howard, portierone americano con la sindrome di Tourette, che ha battuto il record di parate fatte in una singola partita dei Mondiali, e rimarrà quindi nella storia non solo per il suo coraggio, ma anche per la sua bravura.
Altra storia altro portiere: Tim Krul, portiere di riserva dell'Olanda, è il coniglio magico estratto dal cilindro del prestigiatore Van Gaal: entra per pochi secondi e poi va a compiere l'impresa, parando due rigori ai costaricani e mandando in paradiso il suo popolo arancione.

Il calcio è, infine, Neymar, il piccolo imperatore un po' fighetto del Brasile, che ad un passo dalla Gloria Eterna è costretto ad abbandonare il suo popolo: e tutti adesso, dal bambino delle favelas al ricco commercialista, si sentono un po' orfani del loro grande sogno, quello di "O'Ney" che alza per la sesta volta la "Copa", e lo fa al Maracanà!

Il calcio è dunque un linguaggio, come dice Pasolini, e come tutti i linguaggi è fatto di livelli di difficoltà diversi da comprendere. Vi si può trovare cinismo, declino, pochezza. Oppure, se lo si ha in animo, ci si può scorgere la più estatica e sinfonica metafora della vita.

venerdì 13 giugno 2014

Vai, vivrai e tornerai.

Radu Mihăileanu è un regista che concede ben poco all'industria cinematografica: segue la propria ferrea, rigida volontà didascalica e non l'abbandona finché il lieto fine delle sue opere non è raggiunto.
Ogni suo film è una Babilonia d'emozioni: si susseguono introspezione, dramma, comunione, amore, peccato, perdono, salvezza. 
La cifra stilistica di Mihaileanu è una capacità rara, finissima, d'insinuare l'ironia nella disperazione, di diluire candida speranza su orrori tentacolari. "Vai e Vivrai", il film di cui voglio parlare, è però qualcosa di più; è un'epopea, è una docu-fiction sull'identità umana, è un romanzo storico che racconta (anche) quanto di più anti-storico esista: l'appartenenze religiosa.
Come accaduto in altri famosi e benemeriti casi (Emil Cioran, Eugene Ionesco), anche per Mihaileanu l'incrociarsi di destini tra metafisici migranti Romeni e la libertaria Francia ha generato grandezze inaudite per la storia dell'arte. C'è poi l'educazione ebraica a fare da sfondo ingombrante a questa ennesima storia di liberazione, in cui la terra promessa coincide con la terra natìa. Il protagonista del film, Shlomo, percorre infatti tutto il circolare sentiero della vita, finendo per tornare all'origine della sua inquietudine: l'Etiopia, la madre, il distacco forzato dalla sua identità (Cristiana).
"Vai e Vivrai" è un film toccante che obbliga lo spettatore ad una quantità di riflessioni sbalorditiva: il tema dell'adozione, dell'integrazione razziale, delle nefandezze dell'ortodossia religiosa. Un viaggio lungo e tortuoso che apre spazi di meditazione infiniti, tante sono le sfaccettature dell'avventura che il regista ci sottopone.
Consigliato anche e soprattutto a chi intenda intraprendere percorsi di accoglienza sui quali è bene prepararsi ponderando ogni aspetto.

martedì 10 giugno 2014

Cristo s'è fermato a Livorno



Ci sono immagini (Infografiche le chiamano quelli bravi) che esprimono concetti politici più dettagliatamente di 1000 parole.
Il concetto in questione è: come sono andati i ballottaggi di queste amministrative del Giugno 2014?

La risposta la trovate, appunto, nella foto qui di fianco.
Certo, gli italiani sono da sempre fenomenali (e terribilmente fantasiosi) nell'arte dell'interpretazione dei numeri, e quindi i dati non sono sufficienti. Occorre approfondire meglio, ne convengo, però partire da dei numeri è sempre sinonimo di onestà intellettuale.

Partiamo da Livorno, la città in cui, il 21 Gennaio del 1921, fu fondato al Teatro Goldoni il Partito Comunista d'Italia (sezione dell'internazionale comunista). Vederla passare di mano dopo tutti questi anni è un fatto storico.
In fondo, però, c'è ancora qualcuno che coscientemente, a ragion veduta può ritenere il PD parente seppur lontano di quella storia? Quindi, il "filo rosso" si era già spezzato da tempo, ammettiamolo.
Anche Perugia era una roccaforte del centrosinistra, ed è strategicamente forse ancor più doloroso per Renzi & C. averla persa.
Però, occorre guardare bene il risultato anche a livello nazionale. E i dati dicono che il PD ha ulteriormente incrementato il numero di amministrazioni che guida rispetto alla precedente tornata. Ha tolto moltissimi comuni al centro-destra, alcuni fondamentali come Bergamo o Pavia. In generale, tutto il nord ha mostrato di aver sposato in pieno la linea Renzi, ad eccezione di Padova dove la Lega ha speso uno dei propri migliori elementi, ovvero Bitonci, ex capogruppo al senato.

In generale, la considerazione da fare è che si è manifestata una tendenza all'aggregazione di forze anche in forte contrasto tra loro per tentare di arginare l'egemonia renziana. A Livorno vecchia destra e vecchia sinistra hanno apertamente sostenuto Nogarin, così come a Modena per il candidato 5 stelle si è speso addirittura il famigerato Giovanardi.
La paura di uno sfondamento di Renzi ad ogni latitudine, e soprattutto il timore di un certo vento di cambiamento, ha incoraggiato vecchi nostalgici della sinistra radicale come tanti orfani di Berlusconi a turarsi il naso e votare per il M5S, pur di frenare questa ascesa. Lo trovo lecito e comprensibile, ma si tratta di vittorie che nascono su basi molto molto precarie, poca progettualità, una convinzione e un supporto reale da parte della cittadinanza attiva molto limitato.
Le vittorie del centrodestra, al contrario, non sono frutto di veti incrociati e di barricate ma di qualità individuali, peraltro non diffusissime in quell'area politica...
A Perugia come a Padova come altrove, se il centrodestra ha vinto è perchè ha presentato un candidato decisamente più forte degli avversari, ad eccezione di Pavia dove la sconfitta di Cattaneo ha davvero ben poche motivazioni plausibili.
In generale, il centrosinistra ha rafforzato la sua leadership nazionale candidandosi a raggiungere un insperato e insperabile potenziale maggioranza assoluta, il che rischia di incidere però negativamente sul cammino della nuova legge elettorale: una legge che rischia di vedere il proprio percorso deciso dalla paura...