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domenica 12 aprile 2020

Covidays

La formalità degli auguri non mi appartiene particolarmente. Non sono un ottimista fiducioso che rassicuri vacuamente il prossimo con un "andrà tutto bene". Non riesco neppure ad avere speranze fini a se stesse, se non rigidamente supportate da dati convincenti.
Eppure...qualcosa di positivo posso dirlo lo stesso. Vorrei dire che questa minaccia invisibile ha scavato dentro di noi lasciando emergere sicurezze nuove. Di fronte ad una minaccia spettrale e meschina, il calore della casa e del proprio nucleo ristretto di amori, il tempo trascorso anche solo a guardarsi annoiati su un divano é tornato ad essere una certezza
portante dell'esistenza. Ci siamo d'improvviso resi conto di quanto il vortice di appuntamenti, impegni, affari, situazioni dettate dalla dominazione dispotica del lavoro sulle nostre vite fosse precario. Torneremo a essere distratti, costretti e distrutti dagli impegni, ma forse rimarrà in noi per qualche tempo un sentimento di pienezza e di appartenenza che ci sosterrà nei duri tempi che si prospettano.
Vedremo tutto ciò che è digitale come un po' meno freddo e ricorderemo che questi servizi troppo moderni e lontani ci hanno invece tenuti uniti e vicini, e anche un piccolo piacere consegnato a domicilio è un grande sollievo non scontato.
Ritorneremo forse a restituire dignità e onore a tutte le attività di sostegno al prossimo, smetteremo di insudiciare la bontà chiamandola stupidamente buonismo, e forse ci convinceremo finalmente che investire nella ricerca e nella conoscenza alla lunga è non solo più utile ed etico, ma anche finanziariamente più proficuo che tagliare i servizi.
In politica, avremo forse qualche prova in più del fatto che gli "uomini forti" che basano la loro forza sulla demagogia e il populismo, nel momento in cui si devono prendere decisioni impopolari non sono così forti: sono invece di una debolezza assoluta (vedasi i disastri di Trump e Johnson).
Ci convinceremo finalmente che per decidere servono informazioni e conoscenze e competenze che non possono essere tutte immediatamente chiare alle vaste platee. Competenze che i politici non possono avere: devono andare a prenderle in prestito dove quelle conoscenze ci sono, umilmente. Saper chiedere, ascoltare e tradurre in pratica dovrà diventare un nuovo e fondamentale criterio di selezione della classe dirigente del paese.
Ci dovremo fidare di più e non discutere sempre tutto e tutti senza averne le skills e le informazioni.
Saremo costretti, a fidarci di più. Del vicino di cassa al supermarket, del dirimpettaio di scrivania, del corriere che porta le scatole e del runner che porta la pizza. Saremo costretti a fidarci per tornare a vivere in comunità, sapendo che dentro ognuno di noi può nascondersi un untore involontario. Dovremo tornare a praticare umanità e perdono in dosi massicce: perché siamo stati divisi abbastanza, e c'è bisogno adesso di abbracciarci di nuovo, uniti in una speranza di ripresa che non è né individuale né locale, né nazionale né continentale. È solo umana. 

sabato 3 agosto 2019

Errori fatali

Gli incendi nella regione del mar Glaciale Artico hanno prodotto ad oggi (e non sono ancora spenti) 50 milioni di tonnellate di CO2, una quantità equivalente alle emissioni prodotte dalla Svezia in un anno. Putin ha capito di dover intervenire dopo un tempo interminabile, lui così solerte invece a far arrestare ragazzine 17enni che leggono la costituzione davanti alla polizia.
Quando le tanto vituperate élite intellettuali criticano l'incompetenza di questi nuovi barbari sovranisti al potere, molti si indignano. Li chiamano radical chic. Però gli scienziati vi potrebbero spiegare che questa sciagura lascerà tanti e tali danni permanenti al nostro ecosistema che un giorno tutti, ma proprio tutti malediremo il giorno in cui i Putin, i Trump, i Bolsonaro sono saliti al potere con la scusa modaiola dell'anti-politically correct.
Ci (vi) liberano da tutti gli impegni morali: il loro è un immenso chissenefrega verso tutti i buoni propositi del progresso, dalla lotta per preservare l'ambiente, a quella di fare del bene al prossimo, a quella di saldare i debiti e tenere i conti in ordine per un futuro sostenibile, a quella del rispetto di tutte le minoranze e di tutte le libertà.

Rendere questo pianeta migliore per tutti, abitarlo con piacere e fiducia ed esaltarne la bellezza è un lavoro duro, durissimo, che richiede il massimo impegno di tutti, insieme. Curare soltanto i problemi interni ai propri confini, inseguendo un falso ordine e la cronaca spicciola, ci porterà al disastro.

sabato 25 agosto 2018

Quando governa la paura

Quando governa la paura, prima o poi i diritti civili e le libertà si restringono.
Quando governa la paura, germoglia l'odio,  la fiducia nel prossimo svanisce, e l'economia si deprime proporzionalmente.
Quando governa la paura, fioccano nemici, e tutti possono diventare bersagli (purché siano una minoranza di qualunque genere).
Quando governa la paura la violenza aumenta,  non diminuisce, e la sicurezza rimane un'utopia,  perché chi delinque non smette di farlo per qualche legge (o tweet) in piú del ministro degli interni di turno.
Quando governa la paura, la società si ingrigisce,  la creatività ha timore ad esprimersi e l'omologazione diventa un rifugio.
Quando governa la paura, la conoscenza,  la cultura, la bellezza diventano superflue, e pericolose per chi governa.
Quando governa la paura, il cielo è più triste. 

martedì 7 agosto 2018

Giallogretto

La grettezza è il tratto distintivo di questo nuovo governo, che inneggia alla rivoluzione (in CAPS LOCK)  ma puzza insopportabilmente di reazione.
Frottole insostenibili,  balle spaziali sparate in campagna elettorale per accaparrarsi il sostegno delle masse ululanti ne configuravano i programmi: al limite della circonvenzione d'incapace. L'azione di governo se possibile è ancor più invereconda degli slogan elettorali: un coro di demagogiche trovate,  dai vitalizi aboliti che erano già stati aboliti ai porti chiusi che non sono chiusi, vengono urlati al mondo con l'unico intento di distrarre da quelle promesse non mantenute. Tanto quella parte di elettorato dimentica velocissimamente e perdona ancor più facilmente.
Il governo giallogretto ha come obiettivo la distruzione di due capisaldi delle democrazie progressiste : la cultura e l'altruismo. Per questo ha nell' homo homini lupus che propaganda incessantemente sui social network il suo piede di porco per scalzare da (quasi)  tutte le coscienze quel residuo di buonsenso che è rimasto in circolo. Il governo giallogretto è a completa disposizione dei mediocri per permettere loro di dimostrare che siamo tutti uguali, e che gli intellettuali, o i buoni di cuore,  sono solo dei perdenti da mettere all'angolo. E che quindi essere egoisti,  cinici, menefreghisti,  insensibili e ignoranti è cosa buona e giusta,  non c'è di che vergognarsene. 
È inevitabile: se il non-pensiero del governo giallogretto trionfa, sprofonda l'umanità.

sabato 30 giugno 2018

Tanto rumore per nulla


Le barricate di Salvini agli occhi e per voce della propaganda hanno prodotto al Consiglio Europeo un successo totale sul tema della gestione dei flussi migratori.
Nella realtà le richieste italiane,  in parte effettivamente accolte dagli altri governi,  produrranno un effetto contrario.
In cambio dell'apertura di hot spot in altri paesi europei quali Francia e Spagna (ma le navi devono arrivarci...) e nei paesi d'origine (ma tali paesi devono accettarne l'insediamento, e non è per niente scontato) si accetta una redistribuzione dei migranti su base volontaria. Vince dunque la linea del patto di Visegrad: il che equivale a dire che chi non li vuole, non li prende. La vittoria del diritto all'egoismo sull'obbligo morale della solidarietà produrrà ulteriore e ancora più esacerbata contrapposizione tra i vari paesi, nel medio-lungo periodo. Con l'italia che rimane però il primo grande paese d'approdo : perché la geografia non si cambia nè con i trattati né con la propaganda su facebook.
L'Italia ha bisogno di un approccio solidale al tema dell'immigrazione, come si è visto con la vicenda dell'Acquarius risolta grazie al buon cuore dei socialisti spagnoli. Eppure, abbiamo deciso di fare asse con il fronte dell'egoismo, del cinismo, della chiusura politica oltre che mentale. L'Italia va a braccetto con i neo-protezionisti, dimenticando la propria costitutiva genetica di paese esportatore, di tutto e in tutto.
I precedenti governi stavano portando avanti una linea trattativista che intendeva obbligare tutti i paesi ad una redistribuzione equa e condivisa. Questa pazienza e questa capacità di mediazione il governo populista non ce l'ha,  perché i tavoli tecnici d'interlocuzione non sono riproducibili in post su twitter con 3 punti esclamativi. E allora ecco servito il finto successo che cela una sconfitta grottesca, ma di cui in pochi si accorgono. Per ora.

giovedì 24 maggio 2018

Antisocial Networks

Sono entrato con l'entusiasmo di un bambino di fronte ai cancelli di Gardaland nell'era digitale e dei social network.
Non che la parola social mi abbia mai più di tanto solleticato, ma mi appariva come un qualcosa di innovativo, di definitivamente innovativo, qualcosa che avrebbe potuto migliorare la vita delle persone, un bel ponte verso il futuro che non potevo esimermi dal percorrere.
All'inizio è stato così, ma poi è successo che è diventato di massa, e ho scoperto che dall'altra parte del ponte c'era Mefistofele che accoglieva tutti a bracca aperte.
Il problema di questa deriva orrenda non è il mezzo di per sé, il problema è la massificazione.
Come ogni corrente letteraria che poi cede alla tentazione del commercio e diventa insignificante; come ogni musicista ispirato che quando inizia a scrivere pensando a compiacere un pubblico più vasto lo perde totalmente, quel fuoco sacro dell'ispirazione.
Così i social network hanno smesso ad un certo punto di essere un interconnessione di saperi, di esternazione di bellezza o di idee, ma sono divenuti la pattumiera di tutte le peggiori bassezze dell'umanità. Una volta che tutte le peggiori pulsioni e i più deteriori istinti sono stati sdoganati, e sono stati anzi incentivati ad essere raccontati con estrema semplicità e immediatezza, ecco che sono calate le tenebre.
Il grande psicodramma collettivo però risiede nel fatto che l'attendibilità dell'informazione adesso è moribonda. La verifica delle fonti, la citazione scrupolosa dei dati, la redazione puntigliosa di un articolo non paga più, perché se scrivi troppo forbito passi per uno snob, per un radical chic, o addirittura per uno che mangia alle spalle dei lavoratori. Quelli invece che scrivono in 23 minuti un articolo che si basa unicamente su qualche riga copincollata qua e là in rete, ma con un bel titolo allusivo a chissà quale scoperta rivoluzionaria, vengono premiati grazie al meccanismo delle visualizzazioni. Più la spari grossa, più guadagni.
L'odio fa audience e genera traffico, mentre la generosità, il buonsenso, l'altruismo invece sono fuori moda in un tempo in cui indignarsi è mainstream. Ecco così che niente è così' antisociale quanto i social network, un meccanismo che doveva (e poteva) unire le persone, valorizzare le migliori intenzioni si è trasformato in una immensa palude di disprezzo, di divisione, di corruzione intellettuale. Una roboante macchina universale messa a disposizione della faziosità.

martedì 6 marzo 2018

Post-verità, post-cultura, post-buonsenso

Dunque ci siamo arrivati anche noi. Dopo Trump, dopo la Brexit, anche in Italia il populismo ha trionfato, con il suo carico di velleitarismo, di disamore per la complessità e l'analisi, la sua normalizzazione che in realtà è banalizzazione.
Il vero dato di queste elezioni è che, al di là di chi ha vinto o perso, o dei programmi, ha vinto la post-verità, hanno vinto i meme, gli slogan che solleticano gli istinti più nevrotici e deteriori, sconfiggendo una volta per tutte la dialettica forbita, le proposte complesse corredate da numeri e statistiche, le visioni a lungo termine corroborate da ragionamenti geopolitici articolati.
Siamo entrati anche con annuncio della Gazzetta Ufficiale nell'epoca della post-cultura, dove il sapere va messo obbligatoriamente (e democraticamente) in par condicio con il non sapere, e l'Università La Sapienza se la gioca quanto a prestigio con l'Università della Strada (Sigh!).
Politicamente sono le elezioni della sconfitta dell'egocentrismo devastante di Renzi, che con il suo ingresso nell'arena politica si è ammalato dei peggiori mali della real politik italiana, quei mali che all'inizio della sua carriera aveva promesso di spazzare via con la sua rottamazione.
Renzi ha rottamato invece da solo, con la sua pochezza strategica e la sua arroganza sconfinata, l'idea più che condivisibile di trasformare il Partito Democratico in un partito con connotati sempre più liberal-democratici, cosa riuscitagli in parte nella prima fase di governo ma poi soffocata dall'abbraccio con i vari Verdini, Alfano, Lorenzin, e residuati vari di opportunismo post-democristiano.
L'arretramento del blocco dirigenziale che ha garantito la stabilità e la governabilità in questo paese, sepolto dalle furiose bordate di un'opposizione demagogica e intellettualmente disonesta, ha dato spazio a coloro che hanno fatto della protesta modaiola, della massificazione del dissenso una bandiera vincente.
La democrazia dell'alternanza però garantisce a tutti libera espressione e possibilità di redenzione: occorre quindi sperare in un ravvedimento, in un'evoluzione di queste nuove classi dirigenti che chiamate a misurarsi con la soluzione dei problemi, con la preparazione di un DEF o di un meeting del G7 capiscano ciò che veramente richiede la gestione, l'amministrazione di un paese, ovvero poche urla, pochi slogan, e molto, molto studio. E soprattutto, occorrerà recuperare un concetto poco affascinante, un po' retrò e poco tranchant: il buonsenso. 

mercoledì 26 aprile 2017

Lo sciovinismo ai tempi di google

Le ultime vicende elettorali nei paesi più influenti sullo scacchiere geopolitico mondiale hanno presentato spesso un confronto tra forze liberal-democratiche e movimenti pseudo-nazionalisti.
La storia dimostra che non esistono idee vincenti, o ideologie aprioristicamente malsane, escludendo gli estremismi ovviamente, tuttavia per molti anni è sembrato che il liberalismo democratico fosse l'approdo più naturale per molti sistemi politici occidentali. Oggi però questo approdo sembra lontano dall'essere raggiunto, a causa di vistose crepe che una classe dirigente troppo autoreferenziale non ha saputo intravvedere.
Il liberalismo non è liberale però quando le diseguaglianze, dovute alla polarizzazione della ricchezza, escludono larghe fette di popolazione dalla possibilità di auto-affermazione.
La tanto sbandierata meritocrazia, una delle basi fondanti della democrazia liberale, senza un'uguaglianza dei punti di partenza è del tutto arbitraria in quanto limitata, dunque è insito in un liberalismo moderno, compiuto, auto-evoluto un certo affrancamento dal liberismo economico.
Trascurare politiche di riequilibrio, di giustizia sociale, come molti governi recenti anche di centro-sinistra hanno fatto in diversi paesi europei, a scapito di una pur necessaria tutela degli attori economici principali, ovvero le aziende (industrie o banche esse fossero), ha fatto sì che si inasprisse il risentimento di vaste fasce di popolazione verso la politica, scatenando una rincorsa ad un voto irrazionale, asincrono rispetto alle reali necessità di questa nostra società contemporanea.
Questa disattenzione a forme di tutela, specie delle nuove generazioni, ha lasciato campo aperto a movimenti populisti, a demagoghi, a demiurghi della disonestà intellettuale, che hanno avuto come cassa di risonanza principale il web.
Cosa può essere, a cosa può portare lo sciovinismo, il sovranismo ululato dai novelli nazionalisti, in un tempo in cui ogni risposta, ogni acquisto, ogni viaggio può essere tradotto in realtà in 5 minuti digitando una parola su uno smartphone?
Questo movimento, questa deriva, questa aspirazione può davvero essere altro che una mera ricerca di consenso fine a se stessa? No, come dimostrano i pessimi risultati, le strategie tutt'altro che popolari adottate da Trump negli Stati Uniti (vedasi il suo tentativo di riforma fiscale), ma anche la dipartita di Farage dopo la Brexit, o l'inesistenza di un programma compiuto e credibile del M5S in italia dopo ormai anni di presenza sulla scena politica.
Il tempo scorre inesorabilmente verso un globalismo dei consumi, delle passioni, delle curiosità, della circolazione e fruizione della bellezza e dell'intrattenimento. 
Occorre però ascoltare le istanze che i cittadini riversano in questo voto irrazionale, istintivo, rielaborarle e trasformarle in provvedimenti reali, incisivi, concreti su temi quali tutela delle fasce più deboli, sicurezza, organizzazione intelligente e articolata dei flussi migratori.
Se questa classe dirigente non è all'altezza del compito, l'obiettivo non è annientare i valori e le istituzioni su cui si è poggiato il progresso dell'umanità negli ultimi decenni, ma migliorare la selezione, e forse la formazione di questa classe dirigente. Solo così potremo escludere pericolosi tuffi in un passato che mai come in questi giorni fingiamo di dimenticare quanto sia stato pericoloso. 

domenica 23 ottobre 2016

Soliloquio referendario

Ho un passato di breve militanza nei Radicali, dunque nel rispetto della tradizione referendaria nemmeno questa volta mi sottrarrò al diritto/dovere del voto, seppure questa sia stata (e continua ad essere) una campagna impareggiabilmente insopportabile.
La mia riflessione sulla riforma è stata quanto mai sofferta, e come ogni riflessione sofferta è anche molto articolata.
Non ho ancora deciso cosa voterò: i temi su cui mi sono soffermato in questo lungo cammino di informazione e di meditazione sono variegati, tanto da lasciarmi in bilico fino all'ultimo giorno.
  1. Ho paura dei populismi.
    La Riforma Renzi/Boschi mira ad agevolare l'iter decisionale, a renderlo più efficiente e meno schiavo dei ricatti degli egoismi parlamentari. Condivido appieno questa impostazione. Il potere esecutivo negli anni è divenuto l'unico vero attore legiferante nel nostro paese (circa l'80% delle leggi approvate), dunque occorre metterlo in condizione di poter agire velocemente ed efficacemente, allontanandolo da quel territorio insidioso del continui compromessi al ribasso con piccole forze personalistiche, territoriali, estemporanee che finiscono sempre per trasformare buone idee in leggi mediocri.
    Il grande problema italiano è l'eccessiva frammentazione del panorama politico/partitico, frutto spesso di interessi più particolari che complessivi.
    A fare da contraltare a questa sacrosanta esigenza c'è però il rischio di dare troppo potere a movimenti tanto immaturi quanto pericolosi. Viviamo un'epoca di terribili populismi, una recrudescenza di pulsioni xenofobe, nazionalistiche, che già hanno dimostrato la loro pericolosità più e più volte nella storia. Ovunque, dalle piazze alla rete, si registra un cinismo, una rabbia e una disumanità troppo troppo funeste: per questo temo che in questo momento storico concedere troppi poteri ad un singolo partito/movimento possa essere controproducente.
  2. Qui ci colleghiamo al problema della legge elettorale: come da più parti segnalato, la riforma non è costituzionalmente legata alla legge elettorale, ma lo è nei risultati che andrà a produrre: per questo, in virtù di quanto segnalato al punto 1, riterrei essenziale chiarire in quale direzione si va da parte del partito di maggioranza relativa. Il tema delle preferenze è un aspetto secondario, lo è stato fino ad oggi, ma se la volontà è quella di migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni, occorrerebbe almeno mettere mano a quella parte dell'Italicum.
  3. Questa atavica instabilità e precarietà delle maggioranze parlamentari porta, inesorabilmente, i governi (ad eccezione di quelli tecnici, per ovvi motivi) ad aumentare la spesa pubblica nel tentativo di allargare o cementare il proprio consenso popolare. L'Italia è un paese in campagna elettorale perenne.
    Il tentativo di dare maggiore forza e continuità ai governi si tradurrebbe, molto probabilmente, in qualche anno di maggiore sobrietà nelle politiche economiche, e dunque in probabili, sospirate riduzioni del debito pubblico. Non è un'equazione automatica, ma è altamente probabile che questo possa avvenire, almeno nei primi anni di attività dei governi in carica.
  4. I risparmi che la Riforma produrrebbe sono discreti e condivisibili: 500 milioni (nelle previsioni più ottimistiche) su un bilancio statale di 800 miliardi non sono tali però da giustificare una riforma costituzionale. Lo è la necessità, impellente, di ammodernare non solo i processi decisionali e l'organizzazione dello stato, ma anche i principi stessi della costituzione. Una costituzione bella sì, ma nata dopo una guerra, scritta da rappresentati di ideologie oggi scomparse e confitte dalla storia, e legata ad un mondo lontano da quello contemporaneo, se non altro per l'evoluzione tecnologica che nel frattempo abbiamo visto esplodere, tanto da cambiare le abitudini quotidiane di ognuno di noi.
  5. Gli Zagrebelsky & C. sono del tutto privi degli strumenti culturali che permettano un'ermenutica penetrante di questo tempo digitale. Esatto, proprio così: difendere una carta scritta in un'epoca in cui si scriveva a macchina e si viaggiava su treni a vapore non rende possessori di verità universali, anzi, probabilmente è una zavorra. L'arroganza di un sapere fine a se stesso è oggi un ostacolo al fine massimo cui dovrebbe essere volto ogni sistema di principi organizzato in leggi (quale la costituzione è): la massima diffusione di felicità e benessere dei cittadini. Chi difende la costituzione (conoscendola a menadito) lo fa in una logica conservativa, ed è evidente come la volontà di trovare soluzioni ai tanti problemi della contemporaneità non è per loro una priorità. Diceva Nietzsche: "la saggezza pone dei limiti alla conoscenza". Talvolta è vero, e questo è uno di quei casi: c'è un eccesso di affezione da parte di una certa classe intellettuale italiana verso "la più bella del mondo" che ne riduce la lucidità e la capacità di intervento, la possibilità di produrre idee di modifica, di offrire spunti di upgrade.
  6. Modernizzare, aggiornare la Costituzione attraverso un continuo ricorso al compromesso al ribasso come è stato fatto durante il percorso di scrittura della riforma non è ciò che serve però. La riforma è insufficiente principalmente per il pessimo lavoro fatto dal parlamento, e da alcuni di quegli stessi detrattori che adesso si schierano per il no (minoranza PD in primis e Forza Italia.).
  7. La riforma del titolo 5° è inevitabile, ineludibile: la precedente riforma (a firma centro-sinistra) non funziona, come dimostrano gli infiniti ricorsi alla corte costituzionale. Ridefinire le competenze è giusto, e farlo nella maniera più precisa possibile è doveroso.
    Non convince appieno invece l'elaborazione uscita dal parlamento riguardante le competenze del nuovo senato. Il governo locale è pur sempre emanazione dei partiti, dunque il rischio di una subordinazione alla maggioranza esiste. Ritorna dunque quella paura di accesso ad un potere difficilmente contrastabile di movimenti pericolosi segnalata al punto 1. Avrei personalmente preferito una seconda camera di "notabili", di intellettuali, di eccellenze che avesse un mero scopo di consiglio, e di "freno", verso il potere esecutivo in casi di particolare delicatezza. Trovo la conoscenza, in questo caso e in ultima analisi, più importante della rappresentanza.
  8. Altri aspetti della Riforma, quali la riduzione del numero dei parlamentari o l'abolizione del CNEL, sono del tutto condivisibili. Non ritengo però siano decisivi per prendere una decisione sul voto, perché toccano aspetti non caratterizzanti riguardo l'effettivo funzionamento dei vari meccanismi decisionali introdotti dalla riforma stessa.
  9. Concludo con l'altro motivo forte (insieme al punto 1) che mi spingerebbe a votare NO: una riforma costituzionale va condivisa, necessita di un minimo di convergenza sui principi cardine che si vanno a mettere in gioco. L'estrema frammentazione, la faziosità atavica di questo paese potrebbe non produrre mai più una situazione favorevole ad una riforma costituzionale, e questo è certamente un rischio da tenere bene impresso, però assistere ad una divisione così netta, così drastica come quella che stiamo vivendo non mi sembra sia lo stato d'animo giusto per riscrivere le regole del vivere comune.

P.S. : Il fastidioso pressappochismo di chi denuncia pressappochismo nella posizione opposta alla propria è insopportabile.
Al momento disponiamo, al di là di infinite e tutte rispettabili opinioni personali, di una sola verità: ovvero che NON lo sappiamo se la riforma può funzionare. NON lo sappiamo con certezza, con buona pace degli ultrà di entrambe le tifoserie.

Quindi tutti Voi milioni di wikisaputelli, leoni da tastiera, Napalm51 e laureati in condivisionismo, abbassate i toni e provate a porvi un po' più di dubbi, provate ogni tanto a capovolgere il vostro punto di vista. Se l'obiettivo è costruire un mondo migliore, sarà più utile il vostro libero arbitrio che non la vostra feroce fedeltà all'impero dell'ovvio.

giovedì 8 settembre 2016

Democrazie Cyberpunk

La vicenda tremendamente imbarazzante che sta emergendo dalle cronache politiche romane per molti è soltanto un ulteriore motivo di scontro tra fazioni. Attivisti del M5S da una parte ad additare complotti e gli immancabili poteri forti, PD e partiti "tradizionali" a togliersi sassolini dalle scarpe, dimentichi di quanti e quali guai sono stati registrati tra le proprie fila fino a stamattina.
La solita, atavica faziosità italiana dura a morire.

A mio avviso il problema su cui dovremmo davvero riflettere è di altra natura, politologica: perché è accaduto tutto questo? perché in neppure 2 mesi il sistema amministrativo M5S è già crollato, come un gigante dai piedi d'argilla? Tradotto: può un partito-non partito, ovvero un'entità senza una tradizione amministrativa, una base socio-culturale solida, un'organizzazione razionale delle risorse, candidarsi a guidare un paese, o una città come Roma che è, forse, ancora più complessa?
Può una "creatura" come quella di Grillo (o più probabilmente del visionario Casaleggio), che poggia su un'architettura decisionale assemblearistica, orizzontale e virtuale darsi uno metodo di lavoro che sia efficiente ed efficace ma anche rispettosa delle varie autonomie?
No, non è possibile.

La dimostrazione di questa impossibilità sta nella stessa costruzione della squadra di governo assemblata dalla Raggi: una squadra di tecnici preparatissimi, non v'è dubbio, che serve appunto a mascherare e bilanciare l'inesperienza, l'inappropriatezza, i deficit culturali e attitudinali di una classe dirigente del tutto nuova a questo tipo di attività.
La dipendenza totale, anche nell'applicazione di un programma pur poco definito e approfondito, da tecnici di varia provenienza (Bilancio, Ambiente, capo di gabinetto) ha reso il sindaco dipendente da centri di potere che finora il movimento si era sempre ripromesso di combattere, provenienti da una "casta" di super-burocrati troppo preparati per farsi sottomettere dalla volenterosa Virginia Raggi.
Amministrare una città significa essere in contatto con il mondo dell'associazionismo, con le aziende, con le istituzioni, conoscerle e sapersi districare in questo magma di migliaia di interessi e istanze in contraddizione l'un l'altra. Questa ulteriore deficienza, che nasce dall'humus stesso del movimento, fatto di persone fuori da questi mondi, ha fatto sì che alle stesse nomine abbiano contribuito in maniera sostanziale quei pochi centri di potere cui gli eletti potevano far riferimento: ad esempio gli studi associati dove si è fatto praticantato, tanto per essere espliciti e ricollegarsi alle cronache/critiche di questi giorni.

Le dipendenze non finiscono qui: resta quella da centri decisionali centrali al partito: Grillo, la Casaleggio Associati, il direttorio. Tutti con poteri non meglio definiti, non sanciti né da regole e suddivisioni tematiche prestabilite né da reale legittimazione popolare (sia essa reale o virtuale).
Non occorre salire troppo di livello e scomodare Weber o Tocqueville per comprendere che un'organizzazione di questo genere non ha in sé i crismi di un'organizzazione efficiente.
L'assenza di orizzonti programmatici, concatenata all'assenza di un background storico-culturale fa sì che inevitabilmente si arriverà a scontri e frammentazioni all'interno del movimento: non si possono inventare soluzioni sempre nuove e improvvisate ai problemi strutturali di un paese, occorre una coerenza di progetti che viene da lontano. L'improvvisazione, il ricorso al puro tecnicismo non potranno mai annichilire le elaborazioni filosofiche, economiche, sociali. Di conseguenza in tutta naturalezza anche all'interno del movimento verranno a manifestarsi proposte in contraddizione tra loro.
Si nota già in partenza un'estrazione destrorsa di una grossa fetta dell'elettorato, quella più attratta dai temi populisti (immigrazioni, costi della politica) ed una formazione più tecnicistica, quindi sostanzialmente progressista, di diversi esponenti della classe dirigente. Stesso dicasi in economia, dove una base sostenitrice costituita da piccola imprenditoria e partite iva, storicamente posizionate su ricette economiche basate riassumibili in meno tasse, meno stato, più export, più crescita, troverebbero difficile riconoscersi in ragionamenti vetero-dirigisti quali nazionalizzazione delle banche, reddito di cittadinanza, "decrescita felice".
Tutte contraddizioni queste che in una futura, eventuale azione di governo rischierebbero di deflagrare in un'anarchia autodistruttiva.

Le utopie digitali sono affascinanti, ma solo nei romanzi cyberpunk.

Il contributo, in termini di valori e istanze rinnovatrici della politica italiana, che il M5S ha apportato è però fondamentale. Un paese con un' evasione fiscale come la nostra, con un tasso di corruzione come il nostro, con una classe dirigente ripiegata su se stessa come la nostra, non può ignorare né disperdere questo contributo, che su alcune tematiche va nella direzione giusta.
La domanda che una classe politica di buona volontà dovrebbe porsi quindi è: cosa cogliere, cosa assorbire, come rielaborare i temi su ambiente, giustizia, etica, nuove tecnologie, partecipazione proposti dal M5S?

Questo mi aspetto da chi si candida ad essere classe dirigente del futuro, in maniera responsabile.
Di più: ritengo che il modo in cui si commentano le vicende di questi giorni sia esso stesso un indice di maturità. Solo rielaborando questa crisi in maniera razionale, un'organizzazione politica (tradizionale o "nuova" essa sia) potrà sviluppare in sé gli anticorpi per affrontare la battaglia al populismo, all' anti-politica, all'anarchia e alla destabilizzazione, contribuendo quindi in maniera decisiva alla salvezza di questo paese.

mercoledì 24 agosto 2016

Libertà è responsabilità


Un giorno leggi che Laura Boldrini si fa promotrice dell'obbligo di studio del Corano.
Il giorno dopo leggi di tanti esperti analisti di economia (sic!) che si lamentano con il governo per l'Iva sul Canone Rai.
Un altro giorno ancora si legge dell'ok all'importazione di carne di cane dal Vietnam.
E via così, di balla in balla, di bufala in bufala.
Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, il mare magnum di internet e dei social network allarga l'offerta di informazione spazzatura, aumentando gli introiti di chi del click-baiting ha fatto una professione.

Provo grande inquietudine per la direzione che ha preso la rete. Un tempo, agli albori, la pensavo un possibile moltiplicatore di conoscenze (e in parte lo è), un luogo virtuale dove la democrazia e la partecipazione avrebbero potuto espandersi e migliorarsi, insomma una vera e propria fonte di progresso per l'umanità.
Non è così, mi sono sbagliato.
Internet oggi è divenuto (in larga parte) la patria delle peggiori nefandezze, della falsità, della superficialità. Quella libertà di opinione che non prevedeva, ovviamente, alcun tipo di controllo sul materiale pubblicato ci si è ritorta contro, divenendo un coacervo di illazioni, di invenzioni senza alcun tipo di verifica o di attendibilità. 

Il moltiplicatore di conoscenza è divenuto moltiplicatore di ignoranza: i pezzi documentati, scritti con linguaggio appropriato sono del tutto soppiantati dalla condivisione furibonda di contenuti dai titoli roboanti, senza né capo né coda.
Il populismo tracima, ed ogni giorno sempre più persone si sentono autorizzate a dare libero sfogo ai propri istinti più ottusi. Qualsiasi offesa, da quella a sfondo razzistico a quella a sfondo sessuale, viene giustificata, anzi cliccata, anzi apprezzata.

Poi ci sono i commentatori, gli haters, quelli che devono dire la loro su tutto senza conoscere nulla.
Abbiamo liberalizzato l'odio e gli abbiamo dato un megafono, questo abbiamo fatto.
Aveva esattamente ragione Umberto Eco quando, con il suo sarcasmo sempre arcigno, affermava che "i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli".
Anche Time in questi giorni ha dedicato la sua copertina allo steso problema, a dimostrazione che si tratta di un problema non di poco conto. 
Sociologicamente e antropologicamente, Internet sta lentamente modificando l'approccio di tanta gente alla discussione, alla dialettica: nel silenzio e nella sicurezza dello schermo (protettivo) di un PC, si aprono voragini in cui viene riversato un oceano di acredine, di violenza, di disprezzo immotivato. Un buco nero in cui la gentilezza, l'empatia, la fratellanza, che stanno alla base di ogni buona collaborazione tra umani, sono del tutto risucchiate e annichilite.
La potenza moltiplicatrice della rete sta trasformando questo virus in una pandemia che legittima l'egoismo, la sfiducia verso il prossimo, e lo fa con armi del tutto inaccettabili, ovvero la bugia, la montatura, la falsità.

Sono personalmente contrario a qualsiasi forma di censura e totalmente a favore di una assoluta libertà di parola, ma certo non è possibile accettare che si possa pubblicare qualsiasi cosa, senza alcuna verifica, senza alcun fondamento, senza alcun rispetto, e per di più non essendone chiamati a rispondere di fronte ad alcun ente preposto.
La libertà è, e deve tornare ad essere, responsabilità. 


P.s. : segnalo, a tal proposito, il lavoro di un meritorio sito indipendente che si prende cura di segnalare siti, blog, testate online che sono solite pubblicare notizie, per così dire, in maniera poco professionale:
http://www.butac.it/the-black-list/


domenica 3 luglio 2016

Alibi

Viviamo in un' epoca in cui i produttori seriali di alibi accatastano denari e idolatria più di chi prova a regalare un sogno o un'emozione.
Forse perché la dittatura globale dell'intrattenimento ha creato orde di sognatori arditi delusi dalla (propria) vita, voluttuosi traditi dalla triste ripetitività del reale che cercano adesso qualsiasi capro espiatorio per incolpare chiunque (ma non se stessi) della propria ordinarietà.
Forse perché le retoriche sui sogni, sui successi, sulla fama, sull'ambizione-a-ogni-costo hanno tradotto la normalità in banalità.
Forse perché i social network stanno trasformando la democrazia digitale in un impero globale della sciocchezza, e anziché liberare sacrosante rivendicazioni si sono trasformati in megafono dell'ignoranza.
Proprio in questo contesto di annichilimento del ragionamento, del sapere, dello studio, si inseriscono questi distributori seriali di paure, di colpe facili, di interessi immediati. I populisti rilasciano alibi per tutti e in quantità industriali: hai perso il lavoro? non è perché non conosci neppure la tabellina del 9 e i congiuntivi pensi siano liste di nozze online, no no, è per colpa dell'immigrazione, della globalizzazione, dell'Europa, dell'Euro, del PD, degli intellettuali di sinistra e dei film di Kieslowksi.
Tanti, troppi uomini cercano il solletico facile del "politically uncorrect", si lasciano vincere dalla frustrazione e si incamminano, mani sugli occhi, verso una cinismo devastante e mortifero.
Anni di sensibilizzazioni, di lotte, di insegnamenti nelle scuole, di elevazione culturale, di battaglie civili diventano insignificante brusio. Ogni ideale, ogni sentimentale slancio di solidarietà, di pace diviene oggetto di dileggio & disprezzo nell'agorà virtuale dei populisti: vale solo la difesa del proprio orticello, piccolo piccolo, sempre più piccolo, sempre più cupo.
Ed io ho paura di questo progresso che nasconde (neppure troppo) i sintomi del regresso.

domenica 13 dicembre 2015

In vena

Ho una tale necessità di lettura, di immersione profonda in un qualche testo di quelli giusti, che se potessi chiedere al dio della scienza una nuova, rivoluzionaria invenzione, sarebbe quella di un libro da iniettare in vena.
Veloce, immediato, compatibile con la frenesia ammazza-tempo-libero contemporanea.

Il governo ha recentemente deciso di investire dei soldi, in maniera ovviamente più simbolica che risolutiva, nell'accrescimento culturale delle nuove generazioni.
...Avessi avuto io quel bonus, nel tempo in cui avevo moltissimo tempo e pochissimo denaro da dedicare alla lettura...

Invece c'é chi critica, chi parla di mancia elettorale, chi di mossa propagandistica. Mi chiedo: e da quando la cultura ha un benché minimo ritorno elettorale? 

La cultura ha un solo ritorno: in bellezza, in progresso, in bene comune. Purtroppo, però, lo capiscono in pochi.

giovedì 29 gennaio 2015

#RomanzoQuirinale



Sergio Mattarella è il nome che il PD mette in campo come candidato (almeno iniziale) alla Presidenza della Repubblica.

Vi sono alcuni pro ed alcuni contro rispetto a questa candidatura, pur autorevole.




CONTRO:

  • proviene dalla D.C., è uomo che ha attraversato decenni di politica senza apportare particolari interventi nel correggere le tante storture, organizzative e morali, del ns. sistema;
  • è uomo tendenzialmente votato al compromesso, un compromesso che in questo paese è quasi sempre risultato al ribasso rispetto alla necessità forte di riforme;
  • ha una mentalità da secolo scorso, è lontano dalla contemporaneità, dalle nuove tecnologie, dalle nuove forme di espressione e condivisione.
  • Probabilmente non è l'uomo più adatto ad accompagnare verso una riforma profonda della costituzione, essendone un difensore.
  • è un uomo grigio, cupo, che difetta palesemente in capacità di comunicazione. La sua dialettica è poco coinvolgente e appare come uomo lontano dai problemi della gente.
PRO:
  • è persona onesta, sulla quale in tanti anni di carriera non è mai emerso niente di oscuro;
  • sa cosa significa lottare contro la mafia: ha perso un fratello, Piersanti, e certo una ferita di questo genere lo ha segnato per sempre: sicuramente saprà contrapporsi con forza a questo grande male del nostro paese;
  • Sergio Mattarella è uomo di altissime competenze: esperto di diritto pubblico, esperto di leggi elettorali (il suo Mattarellum ha molti lati positivi) ed è anche giudice costituzionale, il che non so se ascriverlo tra i pro o i contro, ma certamente ne certifica la profonda conoscenza del sistema.
  • Uomo che, nonostante sia votato al compromesso sa quando dire di no: come nel caso della legge Mammì, contro la quale si dimise in un governo Andreotti che stava confezionando un bel regalo a Berlusconi.
Non è il mio candidato. Avrei preferito una figura di rottura totale, un uomo come Raffaele Cantone, in grado di dare voce ad un'esigenza profonda che ha questo paese di rinnovamento morale, e di lotta aspra alla corruzione. Chi avrebbe potuto votargli contro? Non certo i 5 Stelle, che lo hanno messo tra i candidati alle loro quirinarie, e che vengono da una bella serata in piazza tutta incentrata sul tema dell'onestà.
Non certo SEL, e sfido anche Salvini & Meloni a sfilarsi da questo voto.
Berlusconi, votandogli contro, andrebbe a certificare un suo schieramento dalla parte delle forze che remano contro il rinnovamento morale del paese, e in termini di immagine questo risulterebbe un enorme autogol.

Attendiamo adesso gli sviluppi di questo ennesimo #RomanzoQuirinale che speriamo possa risolversi in breve tempo: di tutto abbiamo bisogno, anche agli occhi dell'opinione pubblica internazionale, fuorché di risultare ancora indecisi, impreparati, incapaci.

domenica 30 novembre 2014

Forti coi deboli


Non è tanto il presunto blocco di fronte al campo nomadi di Torrevecchia, che nei fatti ha ostacolato l'ingresso a scuola dei bambini. Non sono neppure i vergognosi cori debordanti di odio e vigliaccheria.
No, non è questo che rende gran parte dei post-fascisti una masnada di perdigiorno inutili e insignificanti: è il fatto che questi rivoluzionari all'amatriciana poi nei fatti non ottengono mai niente di quello che si prefiggono, se non qualche tafferuglio di strada da hooligan fuori tempo.

Questi cantori della violenza "levatrice della storia" in realtà poi appena ne hanno possibilità si intruppano in qualche consiglio comunale o in qualche municipalizzata per godere del privilegio di un'antica amicizia con qualche vecchio missino incravattato. Quello che di loro si ricorda nelle storia repubblicana sono soltanto i miserrimi momenti in cui hanno fatto da stampella alla DC (vedi Governo Tambroni, 1960) o a Berlusconi, ovvero i momenti più bui e devastanti della democrazia in Italia. Sempre pronti a farsi efficientissime crocerossine che accorrono al capezzale del potentissimo impresentabile di turno, perché anche loro, a volte, tengono famiglia.

Però...

Però, quando si tratta di fare manifestazioni contro un campo rom, o contro un centro d'accoglienza, bé, allora sì che li puoi scorgere fieri e vigorosi con le loro bandiere nere e i loro tricolori un po' sbiaditi. Sono celeri, organizzati, scenografici. Sanno il fatto loro quando c'è da urlare in faccia a un 14enne con la gravissima colpa di essere figlio di un albanese, oppure quando c'è da chiedere di cacciare qualche pericoloso orfano 12enne, che magari ha perso i genitori durante una fuga da un paese in cui rischi la mutilazione solo per la tua religione.

Colpe...

Ce l'ho un po' con Dio, perché quando ha distribuito l'umanità, e la capacità di immedesimazione nel prossimo, ha escluso questi sfortunati esemplari di esseri viventi. Per questo, forse, non posso fare loro una colpa di essere, come diceva Pietro Nenni, forti coi deboli e deboli coi forti.

domenica 28 settembre 2014

Riforme, queste sconosciute.

L'Italia si dimostra in questi giorni, in queste ore, ancora una volta, paese di insormontabili corporativismi.
A qualsiasi fronte di riformismo si apra, anche solo con semplici annunci, si frappongono immediatamente resistenze invincibili, trasversali, furibonde.

Qualsiasi categoria in Italia è sempre svelta nel dichiarare la propria benevolenza verso il cambiamento, ma appena si prova a intavolare una discussione su qualche microscopica variazione al loro status ecco che scoppiano rappresaglie mediatiche, scioperi, lobbismi di basso livello, accuse di autoritarismo/ massoneria/ anticostituzionalità assortite.




Riformate tutto ma non il mio spicchio di mondo.



No, il riformismo in Italia non ha strada. Non si possono tentare rivoluzioni né innovazioni, in nessun campo.
Se affronti il tema dei "nuovi" diritti civili insorge la Chiesa, se affronti il tema della liberalizzazione e della sburocratizzazione dei contratti di lavoro insorgono i sindacati, che provi a mettere mano alla pubblica amministrazione o alla scuola cadono i governi come foglie in autunno.

Non abbiamo ben capito quale sia la direzione in cui si muovono le scelte del governo, non sembra trasparire una "weltanschauung" compiuta e univoca, e certamente l'impressione è che qualcosa sia mutato rispetto alle idee espresse da Renzi durante le ultime campagne elettorali. Tuttavia, la sensazione è che, al di là dei demeriti del governo, siano queste forze conservatrici ad averla vinta.

Dalle componenti retrograde del governo (NCD), a quelle della maggioranza (bersaniani e dintorni), fino alle opposizioni che soffiano sul fuoco della protesta e dell'antipolitca fine a se stessa (M5S), tutti difendono i privilegi acquisti dal proprio partito/movimento o dal proprio micro-elettorato di riferimento, dimenticando (volontariamente) il bene superiore rappresentato dall'esigenza di dare un futuro al paese.

Il passatismo è un virus che non riusciamo a debellare: tutto rimane fermo, immobile, vetusto.

Aggiungiamo regole, leggi, decreti senza riuscire a cogliere il vero risultato di cui abbiamo bisogno, ovvero quello di asciugare le paludi burocratiche che atrofizzano le articolazioni moriture del paese. Insidioso l'accesso al lavoro, ingessata l'economia, bloccata l'esistenza dei cittadini.

Non sono favorevole al governo (non ancora, se non riesce a realizzare almeno una parte di ciò che si prometteva).
Di certo, però, sono all'opposizione di questa opposizione, di buona parte delle opposizioni.
A furia di opporci a tutto e a tutti, per invidia, per convenienza elettorale, per corporativismo, per conservazione dei privilegi, abbiamo finito per annientare la speranza, la voglia, la fiducia.
Criticando tutto e tutti senza misura, spesso senza argomenti, in maniera faziosa abbiamo finito per devastare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Nessuno propone niente, se non piccoli palliativi a problemi di secondaria importanza, eppure tutti brillano nella dialettica distruttiva dell'avversario.

Questa è l'Italia: un paese che ha deliberatamente deciso di opporsi al futuro.

sabato 30 agosto 2014

Disinformescion

Non ci sono dubbi: la politica ha deluso tutti.
Ha deluso ad ogni livello, in ogni campo, difficile trovare qualcuno che sostenga il contrario. C'è però un settore, in Italia, che per certi aspetti è ancora più deludente della politica: il giornalismo.
Salvo rari, benemeriti casi, in Italia il giornalismo è il frutto scadente di un posizionamento strategico, l'emanazione costante e patetica dell'asservimento alla quota di mercato di riferimento.
Va in onda su schermi grandi e piccoli il killeraggio quotidiano del libero arbitrio, in un un trionfo senza ostacoli della faziosità assurta a pensiero dominante della professione.
Lo spettacolo è miserrimo: giornalisti supini che narrano le gesta dell' insignificante capocorrente di turno come fosse Adenauer, cantori di impavidi rivoluzionari che tratteggiano sceneggiate puerili come fossero prese della Bastiglia, funamboli del taglia e cuci che aggiustano dichiarazioni in base ai gusti dei propri lettori.
Dimmi cosa voti e ti dirò ciò che vuoi, sembra essere il modus operandi delle testate nostrane.

Preoccupa molto questa situazione in cui non è tanto la libertà di stampa ad essere in pericolo (nella speciale classifica grazie alle recenti riforme abbiamo scalato diverse posizioni) quanto l'atteggiamento di fornitori e fruitori di informazioni, per i quali al racconto dei fatti viene sempre anteposta l'opinione, il giudizio schierato politicamente.
Il lettore italiano medio prova quasi ribrezzo per quel lavoro duro, noioso, a volte fastidioso di ricerca della verità, di approfondimento, di elaborazione di un giudizio libero. Predilige notizie preconfezionate che gli dicano che le sue scelte di campo sono quelle giuste, che gli forniscano qualche argomento da utilizzare nelle discussioni tra amici. 
Purtroppo la stampa, come la politica, sono sempre lo specchio di un paese.

Sarebbe quindi utopico aspirare oggi, dopo venti anni di berlusconismo, dopo mezzo secolo di lottizzazioni sfrenate dei media pubblici, di manuale Cencelli applicato alle direzioni di giornali e telegiornali, ad un giornalismo del livello anche culturale che questo paese meriterebbe: e pensare che un tempo il livello del nostro giornalismo era assoluto.
Ricordare la qualità, il fermento culturale espresso dalle riviste fiorentine del primo novecento, ai Papini e ai Prezzolini, ai Croce e ai Salvemini, all'autorità anche morale del Corriere della Sera del direttorissimo Albertini, alla bellezza degli elzeviri di Montale sullo stesso quotidiano mette soltanto tanta tristezza e una dolorosa malinconia.

Imparzialità, questa sconosciuta.
Oggi abbiamo a disposizione solamente prodotti mediatici schierati politicamente, giornali che cercano di influire sulla politica, giornali (e siti) che in maniera parassitaria traggono sussistenza inseguendo l'umore di questo o quel capopartito.
In un paese dove la destra ottocentesca è stata esempio di liberalismo, abbiamo una destra in cui gli unici due quotidiani di riferimento (Il Giornale e Libero) sono praticamente proprietà di Berlusconi, come lo sono diversi canali televisivi, e l'impatto sull'opinione pubblica, l'alterazione della verità in questo ventennio sappiamo essere stato devastante.
Abbiamo una sinistra che perpetua da decenni un circolo vizioso di auto-indulgenza verso una militarizzazione degli organi di stampa: giornali, telegiornali che raccontavano verità comode chiudendo gli occhi di fronte ad una realtà di errori, occasioni perse, consociativismi, compromessi al ribasso. Oppure, in alternativa, abbiamo avuto per decenni giornali del tutto schiavi di un'ideologia (Il Manifesto, l'Unità) che nel frattempo veniva demolita dalla storia, così da trovarsi improvvisamente senza lettori, senza sostenitori, senza senso. Ovvio, se racconti una realtà che non c'è più.

Il problema però, in rapporto al "nuovo che avanza", è addirittura ancor più pericoloso: da Renzi e la sua strategia tutta fondata sul marketing dalla quale la televisione appare totalmente inebetita, fino a quella che si presenta come opposizione al sistema che al contrario usa mezzi nuovi (internet) ma metodi vecchissimi.
Quest'ultimo prodotto della faziosità italica è infatti tra i peggiori in assoluto specie per la qualità del prodotto giornalistico: siti internet (alcuni dei quali di proprietà del cofondatore del Movimento 5 stelle, che di questo stiamo parlando) che usano un linguaggio del tutto sproporzionato e fuorviante rispetto a ciò che raccontano. Un vortice di urla e scandalismo basato sul nulla (quando va bene) o sulla menzogna (nei casi peggiori). 
Produzioni seriali di FINTI SCOOP (come ben testimonia questo articolo), fotomontaggi da asilo, ricerca spasmodica di click a buon mercato, ipnosi del lettore al quale vengono fornite valvole di sfogo alla propria rabbia in un coacervo di balle, rivelazioni apocalittiche, illusioni di verità alternative che hanno come unico risultato ottenuto quello di aver creato una nuova figura sociale: quella dell'adepto (incazzato) al Nulla.

martedì 10 giugno 2014

Cristo s'è fermato a Livorno



Ci sono immagini (Infografiche le chiamano quelli bravi) che esprimono concetti politici più dettagliatamente di 1000 parole.
Il concetto in questione è: come sono andati i ballottaggi di queste amministrative del Giugno 2014?

La risposta la trovate, appunto, nella foto qui di fianco.
Certo, gli italiani sono da sempre fenomenali (e terribilmente fantasiosi) nell'arte dell'interpretazione dei numeri, e quindi i dati non sono sufficienti. Occorre approfondire meglio, ne convengo, però partire da dei numeri è sempre sinonimo di onestà intellettuale.

Partiamo da Livorno, la città in cui, il 21 Gennaio del 1921, fu fondato al Teatro Goldoni il Partito Comunista d'Italia (sezione dell'internazionale comunista). Vederla passare di mano dopo tutti questi anni è un fatto storico.
In fondo, però, c'è ancora qualcuno che coscientemente, a ragion veduta può ritenere il PD parente seppur lontano di quella storia? Quindi, il "filo rosso" si era già spezzato da tempo, ammettiamolo.
Anche Perugia era una roccaforte del centrosinistra, ed è strategicamente forse ancor più doloroso per Renzi & C. averla persa.
Però, occorre guardare bene il risultato anche a livello nazionale. E i dati dicono che il PD ha ulteriormente incrementato il numero di amministrazioni che guida rispetto alla precedente tornata. Ha tolto moltissimi comuni al centro-destra, alcuni fondamentali come Bergamo o Pavia. In generale, tutto il nord ha mostrato di aver sposato in pieno la linea Renzi, ad eccezione di Padova dove la Lega ha speso uno dei propri migliori elementi, ovvero Bitonci, ex capogruppo al senato.

In generale, la considerazione da fare è che si è manifestata una tendenza all'aggregazione di forze anche in forte contrasto tra loro per tentare di arginare l'egemonia renziana. A Livorno vecchia destra e vecchia sinistra hanno apertamente sostenuto Nogarin, così come a Modena per il candidato 5 stelle si è speso addirittura il famigerato Giovanardi.
La paura di uno sfondamento di Renzi ad ogni latitudine, e soprattutto il timore di un certo vento di cambiamento, ha incoraggiato vecchi nostalgici della sinistra radicale come tanti orfani di Berlusconi a turarsi il naso e votare per il M5S, pur di frenare questa ascesa. Lo trovo lecito e comprensibile, ma si tratta di vittorie che nascono su basi molto molto precarie, poca progettualità, una convinzione e un supporto reale da parte della cittadinanza attiva molto limitato.
Le vittorie del centrodestra, al contrario, non sono frutto di veti incrociati e di barricate ma di qualità individuali, peraltro non diffusissime in quell'area politica...
A Perugia come a Padova come altrove, se il centrodestra ha vinto è perchè ha presentato un candidato decisamente più forte degli avversari, ad eccezione di Pavia dove la sconfitta di Cattaneo ha davvero ben poche motivazioni plausibili.
In generale, il centrosinistra ha rafforzato la sua leadership nazionale candidandosi a raggiungere un insperato e insperabile potenziale maggioranza assoluta, il che rischia di incidere però negativamente sul cammino della nuova legge elettorale: una legge che rischia di vedere il proprio percorso deciso dalla paura...

lunedì 26 maggio 2014

Un uomo solo al comando.


Ci sono varie spiegazioni sul risultato straordinario del PD e del suo leader Matteo Renzi in queste elezioni europee 2014.
Poche sono, o dovrebbero essere, invece, le conseguenze del voto, che un paese e un ceto politico serio dovrebbero considerare nella sua essenza: un voto per il parlamento europeo che non può influire se non in termini di "termometro politico" sulla situazione interna.

Prima di tutto però occorre definire bene i connotati statistici di questo trionfo:
1) si tratta del risultato più alto ottenuto dal centrosinistra nella storia della Repubblica italiana;
2) è il risultato più alto tra i partiti di centrosinistra in europa;
3) si prospetterebbe il risultato più alto per un partito italiano dal 1958;
4) A Milano, il polmone economico d'Italia, il PD ottiene quasi il 45%, risultato mai ottenuto da nessuno. 

Quest'ultimo dato in particolare spiega meglio di ogni altro come il consenso all'azione di governo sia stato trasversale, travalicando il tradizionale bacino d'utenza del PD (dipendenti pubblici, pensionati).

"O noi o loro".
I motivi di questa affermazione sono abbastanza chiari, a mio avviso. La polarizzazione del voto, voluto da Grillo ("o noi o loro") ma anche da Berlusconi ("è un referendum sul governo") ha fatto sì che la maggioranza degli elettori italiani, che è storicamente moderata, ha individuato in Renzi l'unica possibile ancora di salvezza. In sostanza l'aggressività di Grillo ha spinto i moderati, e buona parte dell'elettorato cattolico, tra le braccia di Renzi.
Il risultato è dunque il frutto delle doti incontrovertibili da cavallo di razza di Renzi nella campagna elettorale, ma anche dell'eccesso di personalizzazione che, in maniera suicida, hanno voluto gli altri due contendenti.
In una situazione che a livello europeo ha visto quasi tutti i partiti di governo arretrare vistosamente, un PD che ottiene questo risultato racconta un'Italia desiderosa di un minimo di stabilità, di ricambio moderato, di riforme ma non di rivoluzioni al buio. Era prevedibile.Da provinciali quali siamo abbiamo caricato di significati nazionali un voto che era extra-nazionale: con questo errore grossolano i contendenti del premier, in un contesto europeo dove in realtà i social-democratici hanno ottenuto un risultato non in linea con le aspettative, hanno trasformato il voto in un boomerang micidiale. Adesso infatti il PD avrà buon gioco ad imporre le proprie linee-guida al governo, e Renzi potrà mettere a tacere tutti coloro che gli rinfacciavano di non avere la legittimazione popolare per dettare il suo crono-programma serrato di riforme costituzionali.

"L'Europa cambia verso".
Due sono gli aspetti su cui riporre l'attenzione rispetto al voto europeo. Il primo è il grande peso che l'Italia e il PD acquisiscono all'interno del PSE, dove viene acquisita una leadership continentale che inevitabilmente comporterà una discussione interna simile a quella già avvenuta in Italia: la socialdemocrazia tradizionale si troverà a confrontarsi con quei principi liberaldemocratici che connotano attualmente l'azione del pd renziano.
Dal momento che l'ormai famigerata "austerity" ha visto come principale sostenitore il PPE ma senza particolari ostruzionismi del PSE, la speranza è quella che in un eventuale governo di coalizione a livello europeo le istanze anti-rigoriste di Renzi possano avere ascolto visto che si tratta della più importante affermazione, in termini numerici, tra i partiti di governo europei.
Da non sottovalutare poi l'eco, almeno in termini di entusiasmo ma anche di peso politico, che il risultato può avere nell'ottica del futuro semestre di presidenza italiana dell'europa, ormai alle porte.
Il secondo aspetto da studiare adeguatamente è quello del grande balzo in avanti, dello sdoganamento che le politiche anti-europeiste hanno permesso alle destre nazionaliste e post-fasciste.
L'Italia si è salvata da questa deriva anche grazie alla forza del M5S che ha attirato su di sé parte di questo elettorato, che è comunque presente e in crescita come dimostra l'affermazione della Lega.
Se le istituzioni europee producono così tanto odio e così poca fiducia, è bene che chi guiderà la commissione nei prossimi anni ne tenga conto e si avvii verso una riforma radicale sia del rapporto con i cittadini (e con i media) sia di una burocrazia ritenuta dai più nefasta e deleteria.

"In basso a sinistra".
La sinistra in quanto tale si attesta ormai sul 4-5%. Tsipras, che pure è apparso in questa campagna elettorale come uno dei pochi protagonisti credibili, anche se solo in termini contenutistici, della contesa, pur aggregando tutta l'area non è andato oltre il minimo sindacale (4,03%) che gli consentisse l'approdo al parlamento europeo. Dato questo che fa comprendere come per quest'area non ci sia più margine per battaglie in solitaria. La battaglia per imporre certi valori, se vuol essere davvero traducibile in realtà, ovvero in provvedimenti e leggi, va fatta all'interno del PD che si presenta ormai come un contenitore aperto che, grazie alle primarie, può permettere a chiunque di giocare le proprie carte, anche agli outsiders.

"In alto a destra"
.
Il centrodestra italiano conferma di essere forza maggioritaria nel paese, nonostante l'anomalia berlusconiana sia ormai, e aggiungiamo finalmente, giunta al tramonto. La somma dei risultati di Forza Italia, NCD, Fratelli d'Italia e Lega dimostra ancora una volta come sia orientato il corpo elettorale italiano, e come sia facilmente recuperabile visto anche l'alto astensionismo. Questo è un dato da non trascurare, nell'ottica di un futuro bipolarismo moderno, di una democrazia dell'alternanza funzionante e compiuta.

Non resta dunque che augurarsi che Renzi sappia trarre giovamento da questo fragoroso investimento popolare procedendo spedito verso la tanto sbandierata opera di riforma e rinnovamento totale, che vada dalla pubblica amministrazione alla costituzione all'economia, incurante dei numerosi ostacoli ma attento alle istanze di tutti, specie di chi, a causa della crisi, è rimasto un po' più indietro.