domenica 29 gennaio 2017

L'amore e la violenza - Baustelle

"L'amore e la violenza" è il nuovo, attesissimo album dei Baustelle.
Si tratta di un album spiazzante, apparentemente contraddittorio se valutato all'interno del percorso artistico del gruppo di Montepulciano.
Dopo un'escalation di complessità culminata nel bellissimo, radicale, sinfonico "Fantasma", l'impressione è quella di un tentativo di ritorno alle origini, a una forma canzone più semplice e diretta.
Uno degli aspetti che caratterizzano da sempre la scrittura di Bianconi è la capacità di tradurre in versi una weltanschauung in cui si intersecano alto e basso, raffinatezza e tetra ossessione, poesia e bieca pulsione. Proprio in questo ritorno al saliscendi narrativo tipico degli album degli esordi è da riscontrare la coerenza artistica di questo lavoro, il richiamo ai temi dell'adolescenza, il citazionismo a volte sopraffino a volte ironicamente naif ( cfr. l'intro "Sandokan" di "Basso e batteria").
Punti deboli e punti di forza: se sono da apprezzare le novità strumentali, gli inevitabili aggiornamenti synth apprezzati in "Amanda Lear", sono forse un po' più deboli i tentativi di sintesi esistenziale di alcuni brani ("La vita", "Lepidoptera"), interessanti più per le scelte melodiche che per lo sviluppo concettuale dei testi.
Rimane viva in definitiva l'appagante vertigine di confrontarsi con brani che affrontano temi sconosciuti e inaccessibili alla quasi totalità della produzione musicale contemporanea, forse per questo non ci si può perdere troppo nelle critiche a un gruppo che riesce a miscelare Foster Wallace o Houellebecq in un contesto storico, e artistico, schiavo della dittatura nullificante (estetica anestetica) dei social media (anche questo, peraltro, tema ricorrente dell'album).

lunedì 16 gennaio 2017

La musica che resta

Cosa rimane di noi?
Cosa rimarrà della nostra presenza, del nostro brusìo, del nostro sciame d'ardimenti quotidiani?
Sussurri sfioriti o echi lontani, lasciamo tutti tracce di musica alle nostre spalle e le lasciamo danzare lungamente sulle palpebre di pochi o tanti destini che abbiamo incrociato.
Qualcuno, talvolta, si ritmerà di noi, qualcuno scorderà l'intonazione dei nostri monologhi, qualcuno ancora lamenterà l'assenza del downtempo che davamo ai suoi giorni.

Ricordami, amore, come una musica discreta, velata, segreta, una musica sincera, stremata, obsoleta.
Io sono la Tua musica: un' arpa su un riff rock, il respiro in un beatbox.

domenica 23 ottobre 2016

Soliloquio referendario

Ho un passato di breve militanza nei Radicali, dunque nel rispetto della tradizione referendaria nemmeno questa volta mi sottrarrò al diritto/dovere del voto, seppure questa sia stata (e continua ad essere) una campagna impareggiabilmente insopportabile.
La mia riflessione sulla riforma è stata quanto mai sofferta, e come ogni riflessione sofferta è anche molto articolata.
Non ho ancora deciso cosa voterò: i temi su cui mi sono soffermato in questo lungo cammino di informazione e di meditazione sono variegati, tanto da lasciarmi in bilico fino all'ultimo giorno.
  1. Ho paura dei populismi.
    La Riforma Renzi/Boschi mira ad agevolare l'iter decisionale, a renderlo più efficiente e meno schiavo dei ricatti degli egoismi parlamentari. Condivido appieno questa impostazione. Il potere esecutivo negli anni è divenuto l'unico vero attore legiferante nel nostro paese (circa l'80% delle leggi approvate), dunque occorre metterlo in condizione di poter agire velocemente ed efficacemente, allontanandolo da quel territorio insidioso del continui compromessi al ribasso con piccole forze personalistiche, territoriali, estemporanee che finiscono sempre per trasformare buone idee in leggi mediocri.
    Il grande problema italiano è l'eccessiva frammentazione del panorama politico/partitico, frutto spesso di interessi più particolari che complessivi.
    A fare da contraltare a questa sacrosanta esigenza c'è però il rischio di dare troppo potere a movimenti tanto immaturi quanto pericolosi. Viviamo un'epoca di terribili populismi, una recrudescenza di pulsioni xenofobe, nazionalistiche, che già hanno dimostrato la loro pericolosità più e più volte nella storia. Ovunque, dalle piazze alla rete, si registra un cinismo, una rabbia e una disumanità troppo troppo funeste: per questo temo che in questo momento storico concedere troppi poteri ad un singolo partito/movimento possa essere controproducente.
  2. Qui ci colleghiamo al problema della legge elettorale: come da più parti segnalato, la riforma non è costituzionalmente legata alla legge elettorale, ma lo è nei risultati che andrà a produrre: per questo, in virtù di quanto segnalato al punto 1, riterrei essenziale chiarire in quale direzione si va da parte del partito di maggioranza relativa. Il tema delle preferenze è un aspetto secondario, lo è stato fino ad oggi, ma se la volontà è quella di migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni, occorrerebbe almeno mettere mano a quella parte dell'Italicum.
  3. Questa atavica instabilità e precarietà delle maggioranze parlamentari porta, inesorabilmente, i governi (ad eccezione di quelli tecnici, per ovvi motivi) ad aumentare la spesa pubblica nel tentativo di allargare o cementare il proprio consenso popolare. L'Italia è un paese in campagna elettorale perenne.
    Il tentativo di dare maggiore forza e continuità ai governi si tradurrebbe, molto probabilmente, in qualche anno di maggiore sobrietà nelle politiche economiche, e dunque in probabili, sospirate riduzioni del debito pubblico. Non è un'equazione automatica, ma è altamente probabile che questo possa avvenire, almeno nei primi anni di attività dei governi in carica.
  4. I risparmi che la Riforma produrrebbe sono discreti e condivisibili: 500 milioni (nelle previsioni più ottimistiche) su un bilancio statale di 800 miliardi non sono tali però da giustificare una riforma costituzionale. Lo è la necessità, impellente, di ammodernare non solo i processi decisionali e l'organizzazione dello stato, ma anche i principi stessi della costituzione. Una costituzione bella sì, ma nata dopo una guerra, scritta da rappresentati di ideologie oggi scomparse e confitte dalla storia, e legata ad un mondo lontano da quello contemporaneo, se non altro per l'evoluzione tecnologica che nel frattempo abbiamo visto esplodere, tanto da cambiare le abitudini quotidiane di ognuno di noi.
  5. Gli Zagrebelsky & C. sono del tutto privi degli strumenti culturali che permettano un'ermenutica penetrante di questo tempo digitale. Esatto, proprio così: difendere una carta scritta in un'epoca in cui si scriveva a macchina e si viaggiava su treni a vapore non rende possessori di verità universali, anzi, probabilmente è una zavorra. L'arroganza di un sapere fine a se stesso è oggi un ostacolo al fine massimo cui dovrebbe essere volto ogni sistema di principi organizzato in leggi (quale la costituzione è): la massima diffusione di felicità e benessere dei cittadini. Chi difende la costituzione (conoscendola a menadito) lo fa in una logica conservativa, ed è evidente come la volontà di trovare soluzioni ai tanti problemi della contemporaneità non è per loro una priorità. Diceva Nietzsche: "la saggezza pone dei limiti alla conoscenza". Talvolta è vero, e questo è uno di quei casi: c'è un eccesso di affezione da parte di una certa classe intellettuale italiana verso "la più bella del mondo" che ne riduce la lucidità e la capacità di intervento, la possibilità di produrre idee di modifica, di offrire spunti di upgrade.
  6. Modernizzare, aggiornare la Costituzione attraverso un continuo ricorso al compromesso al ribasso come è stato fatto durante il percorso di scrittura della riforma non è ciò che serve però. La riforma è insufficiente principalmente per il pessimo lavoro fatto dal parlamento, e da alcuni di quegli stessi detrattori che adesso si schierano per il no (minoranza PD in primis e Forza Italia.).
  7. La riforma del titolo 5° è inevitabile, ineludibile: la precedente riforma (a firma centro-sinistra) non funziona, come dimostrano gli infiniti ricorsi alla corte costituzionale. Ridefinire le competenze è giusto, e farlo nella maniera più precisa possibile è doveroso.
    Non convince appieno invece l'elaborazione uscita dal parlamento riguardante le competenze del nuovo senato. Il governo locale è pur sempre emanazione dei partiti, dunque il rischio di una subordinazione alla maggioranza esiste. Ritorna dunque quella paura di accesso ad un potere difficilmente contrastabile di movimenti pericolosi segnalata al punto 1. Avrei personalmente preferito una seconda camera di "notabili", di intellettuali, di eccellenze che avesse un mero scopo di consiglio, e di "freno", verso il potere esecutivo in casi di particolare delicatezza. Trovo la conoscenza, in questo caso e in ultima analisi, più importante della rappresentanza.
  8. Altri aspetti della Riforma, quali la riduzione del numero dei parlamentari o l'abolizione del CNEL, sono del tutto condivisibili. Non ritengo però siano decisivi per prendere una decisione sul voto, perché toccano aspetti non caratterizzanti riguardo l'effettivo funzionamento dei vari meccanismi decisionali introdotti dalla riforma stessa.
  9. Concludo con l'altro motivo forte (insieme al punto 1) che mi spingerebbe a votare NO: una riforma costituzionale va condivisa, necessita di un minimo di convergenza sui principi cardine che si vanno a mettere in gioco. L'estrema frammentazione, la faziosità atavica di questo paese potrebbe non produrre mai più una situazione favorevole ad una riforma costituzionale, e questo è certamente un rischio da tenere bene impresso, però assistere ad una divisione così netta, così drastica come quella che stiamo vivendo non mi sembra sia lo stato d'animo giusto per riscrivere le regole del vivere comune.

P.S. : Il fastidioso pressappochismo di chi denuncia pressappochismo nella posizione opposta alla propria è insopportabile.
Al momento disponiamo, al di là di infinite e tutte rispettabili opinioni personali, di una sola verità: ovvero che NON lo sappiamo se la riforma può funzionare. NON lo sappiamo con certezza, con buona pace degli ultrà di entrambe le tifoserie.

Quindi tutti Voi milioni di wikisaputelli, leoni da tastiera, Napalm51 e laureati in condivisionismo, abbassate i toni e provate a porvi un po' più di dubbi, provate ogni tanto a capovolgere il vostro punto di vista. Se l'obiettivo è costruire un mondo migliore, sarà più utile il vostro libero arbitrio che non la vostra feroce fedeltà all'impero dell'ovvio.

lunedì 26 settembre 2016

Neve


Ho sognato questa notte una neve infinita, cadeva sui cipressi e sui pezzi di pane che lancio agli uccelli perché amo la vita.La amo di nuovo, da poco e a sorpresa, da quando hai esondato la mia attesa di una neve soffice ed estesa, pallida ed accesa.
Ridevo, mentre cadeva la neve sui sentieri nascosti, sui viali del centro, su spiagge scomparse e sui complotti lunari.
Cadeva la neve sulle onde nei mari.

sabato 17 settembre 2016

T4

Ma tutti questi nostri sguardi
svelano algebre scadenti,
strati di muschio su rupi taglienti.
É una storia di stenti,
la nostra - e una veglia sul declino
va riaccesa e mai più spenta:
Via del giardino zoologico, Berlino.

giovedì 8 settembre 2016

Democrazie Cyberpunk

La vicenda tremendamente imbarazzante che sta emergendo dalle cronache politiche romane per molti è soltanto un ulteriore motivo di scontro tra fazioni. Attivisti del M5S da una parte ad additare complotti e gli immancabili poteri forti, PD e partiti "tradizionali" a togliersi sassolini dalle scarpe, dimentichi di quanti e quali guai sono stati registrati tra le proprie fila fino a stamattina.
La solita, atavica faziosità italiana dura a morire.

A mio avviso il problema su cui dovremmo davvero riflettere è di altra natura, politologica: perché è accaduto tutto questo? perché in neppure 2 mesi il sistema amministrativo M5S è già crollato, come un gigante dai piedi d'argilla? Tradotto: può un partito-non partito, ovvero un'entità senza una tradizione amministrativa, una base socio-culturale solida, un'organizzazione razionale delle risorse, candidarsi a guidare un paese, o una città come Roma che è, forse, ancora più complessa?
Può una "creatura" come quella di Grillo (o più probabilmente del visionario Casaleggio), che poggia su un'architettura decisionale assemblearistica, orizzontale e virtuale darsi uno metodo di lavoro che sia efficiente ed efficace ma anche rispettosa delle varie autonomie?
No, non è possibile.

La dimostrazione di questa impossibilità sta nella stessa costruzione della squadra di governo assemblata dalla Raggi: una squadra di tecnici preparatissimi, non v'è dubbio, che serve appunto a mascherare e bilanciare l'inesperienza, l'inappropriatezza, i deficit culturali e attitudinali di una classe dirigente del tutto nuova a questo tipo di attività.
La dipendenza totale, anche nell'applicazione di un programma pur poco definito e approfondito, da tecnici di varia provenienza (Bilancio, Ambiente, capo di gabinetto) ha reso il sindaco dipendente da centri di potere che finora il movimento si era sempre ripromesso di combattere, provenienti da una "casta" di super-burocrati troppo preparati per farsi sottomettere dalla volenterosa Virginia Raggi.
Amministrare una città significa essere in contatto con il mondo dell'associazionismo, con le aziende, con le istituzioni, conoscerle e sapersi districare in questo magma di migliaia di interessi e istanze in contraddizione l'un l'altra. Questa ulteriore deficienza, che nasce dall'humus stesso del movimento, fatto di persone fuori da questi mondi, ha fatto sì che alle stesse nomine abbiano contribuito in maniera sostanziale quei pochi centri di potere cui gli eletti potevano far riferimento: ad esempio gli studi associati dove si è fatto praticantato, tanto per essere espliciti e ricollegarsi alle cronache/critiche di questi giorni.

Le dipendenze non finiscono qui: resta quella da centri decisionali centrali al partito: Grillo, la Casaleggio Associati, il direttorio. Tutti con poteri non meglio definiti, non sanciti né da regole e suddivisioni tematiche prestabilite né da reale legittimazione popolare (sia essa reale o virtuale).
Non occorre salire troppo di livello e scomodare Weber o Tocqueville per comprendere che un'organizzazione di questo genere non ha in sé i crismi di un'organizzazione efficiente.
L'assenza di orizzonti programmatici, concatenata all'assenza di un background storico-culturale fa sì che inevitabilmente si arriverà a scontri e frammentazioni all'interno del movimento: non si possono inventare soluzioni sempre nuove e improvvisate ai problemi strutturali di un paese, occorre una coerenza di progetti che viene da lontano. L'improvvisazione, il ricorso al puro tecnicismo non potranno mai annichilire le elaborazioni filosofiche, economiche, sociali. Di conseguenza in tutta naturalezza anche all'interno del movimento verranno a manifestarsi proposte in contraddizione tra loro.
Si nota già in partenza un'estrazione destrorsa di una grossa fetta dell'elettorato, quella più attratta dai temi populisti (immigrazioni, costi della politica) ed una formazione più tecnicistica, quindi sostanzialmente progressista, di diversi esponenti della classe dirigente. Stesso dicasi in economia, dove una base sostenitrice costituita da piccola imprenditoria e partite iva, storicamente posizionate su ricette economiche basate riassumibili in meno tasse, meno stato, più export, più crescita, troverebbero difficile riconoscersi in ragionamenti vetero-dirigisti quali nazionalizzazione delle banche, reddito di cittadinanza, "decrescita felice".
Tutte contraddizioni queste che in una futura, eventuale azione di governo rischierebbero di deflagrare in un'anarchia autodistruttiva.

Le utopie digitali sono affascinanti, ma solo nei romanzi cyberpunk.

Il contributo, in termini di valori e istanze rinnovatrici della politica italiana, che il M5S ha apportato è però fondamentale. Un paese con un' evasione fiscale come la nostra, con un tasso di corruzione come il nostro, con una classe dirigente ripiegata su se stessa come la nostra, non può ignorare né disperdere questo contributo, che su alcune tematiche va nella direzione giusta.
La domanda che una classe politica di buona volontà dovrebbe porsi quindi è: cosa cogliere, cosa assorbire, come rielaborare i temi su ambiente, giustizia, etica, nuove tecnologie, partecipazione proposti dal M5S?

Questo mi aspetto da chi si candida ad essere classe dirigente del futuro, in maniera responsabile.
Di più: ritengo che il modo in cui si commentano le vicende di questi giorni sia esso stesso un indice di maturità. Solo rielaborando questa crisi in maniera razionale, un'organizzazione politica (tradizionale o "nuova" essa sia) potrà sviluppare in sé gli anticorpi per affrontare la battaglia al populismo, all' anti-politica, all'anarchia e alla destabilizzazione, contribuendo quindi in maniera decisiva alla salvezza di questo paese.

mercoledì 24 agosto 2016