sabato 18 gennaio 2014

Nutrirsi d'ipocrisia.


Si nutrono d'ipocrisia, fingendo che la memoria storica sia flebile come la loro coerenza.
Sono i post-democristiani riorganizzati in partitini piccoli, postumi, decrepiti. Sorgono e risorgono continuamente, frutto delle clientele, degli opportunismi, dei posizionamenti tattici fini a se stessi.
Alfano, Casini, Formigoni, De Girolamo. Lista chilometrica di  vecchie e nuove figure pubbliche dedite unicamente all'interesse privato.
La diatriba sulla legge elettorale ne è un esempio palese: questi conservatori immarcescibili riempiono la loro retorica quotidiana di vuoti slogan sulla "garanzia delle minoranze", cercando di nascondere (male) null'altro che una difesa barricadera delle proprie posizioni di potere.
Per funzionare, un paese ha bisogno di regole chiare, semplici e (quasi) definitive, che garantiscano governabilità più che rappresentanza, oggi. La rappresentanza può essere garantita e sviluppata all'interno di coalizioni dove il dibattito interno sia, più che tollerato, incentivato. Questa è la direzione che l'Italia avrebbe dovuto intraprendere già dopo il Referendum maggioritario radicale del '94. Oggi Renzi tenta nuovamente questa via, e si imbatte ovviamente nell'ostacolo di coloro che vedono come il fumo negli occhi la limitazione del peso dei piccoli partiti, così come l'abolizione del senato.
Ipocrisia a fiumi scroscia però anche nel PD, dove una sinistra che ha convissuto, contrattato, governato con Berlusconi per 20 anni, facendoci persino una Bicamerale insieme, adesso rifiuta qualsiasi contatto, ostentando una verginità perduta in realtà da oltre un lustro.
Qualsiasi legge che vada a modificare l'ordinamento, la struttura di un paese deve essere condivisa dal maggior numero di persone possibile. Purtroppo, il 30% degli italiani è rappresentato da un pregiudicato, ma tant'è, non ci si possono scegliere gli interlocutori, se questo passa il convento, con questo occorre dialogare.

Discutere di legge elettorale con QUESTO capo dell'opposizione è sinonimo di democrazia. Farci un governo insieme no.

domenica 22 dicembre 2013

Le luci della centrale elettrica - "Quando tornerai dall'estero".


Ci sono canzoni, ci sono autori che al grande pubblico non arriveranno mai. Di più, sono del tutto avvolti da una nebbia che ne preclude la visibilità, la conoscibilità, la comprensione.

Un' ermeneutica impossibile
.

Magari quei 4-5 accordi di chitarra acustica arrivano pure, un bel giro LA-FA-LA accattivante, ma poi senti parlare di "eyeliner per andare in guerra", ti senti paragonare a degli "aironi che abitano vicino al campo nomadi", e cade ogni riferimento.
Citazionismo a cavallo tra il nostalgico e il sarcastico, per quella serenità popolare perduta e per quella stessa serenità popolare che si merita soltanto schiaffi, per quanto è deteriore.

Cantautore di una generazione smarrita, catastrofica nell'elaborazione di una benché minima prospettiva di futuro, Vasco Brondi è da considerarsi il poeta perfetto di questo tempo di crisi: crisi economica, di valori, di riferimenti, di strutture. La sua prosa è dunque una poesia derubricata; il suo è un amore tra disperati, come si conviene "ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici". Questa crisi di paradigmi ideologici, questo pessimismo liquido bagnano e aggrinziscono anche le più consolidate magnifiche sorti e progressive che albeggiavano nella terra natìa di Brondi, quell' Emilia ("paranoica") che pure fa risuonare ancora echi lontani dei tempi che furono ("partigiano portami via"). Ma, ahimè, ahilui, ahiloro, troppo lontani.

"Andremo ancora a letto vestiti, come ai tempi dei primi freddi e degli elenchi telefonici sui reni".
Di questo si tratta dunque: Vasco Brondi è il cantore della regressione, della decrescita, della generazione che per la prima volta è più povera di quella dei genitori. Il miracolo economico sempre sullo sfondo, sempre irrorato dai guru del marketing e delle Bibbie motivazionali ("proprio adesso che l'America è vicina") e che invece appare a questo famelico esercito di precari quanto di più irraggiungibile ("è come andare sulla luna in Fiat Uno").
Una poetica compiuta dunque, un sound semplice ma in continua evoluzione. Un altro grande prodotto di quest' Italia che ha arte sin dentro le viscere, eppure la ignora, la disconosce, la insulta, in un ormai prossimo Fahrenheit 451.


sabato 7 dicembre 2013

L' accolita dei rancorosi.

Accolita di rancorosi
gelosi, avvelenati, sospettosi
incazzosi dentro casa
compagnoni fuori strada
ci intendiam solo tra noi!

Quando, per qualche sventurato motivo, la mia attenzione è portata ad adagiarsi su questa esimia novità del panorama politico italiano, il Movimento 5 Stelle, mi risuona in mente costantemente, incessantemente questa strofa del maestro Vinicio Capossela.

Ho molti conoscenti che sono stati rapiti dalla soave melodia ideologica di questa nuova figura mitologica, mezzo comico mezzo content editor, e devo dire che un primo grande risultato è facilmente riscontrabile: persone completamente scevre di qualsiasi passione per la politica improvvisamente si scoprono analisti di spessore. E siccome la conoscenza è sempre fattore di crescita sociale, ben venga questa saggezza diffusa.
Persone oneste, lavoratori veri, che fino a poco tempo fa della politica non avevano bisogno, con il sopravvenire della crisi si scoprono bisognosi di aiuti, di riferimenti, oppure semplicemente di capri espiatori sui quali riversare tutto il proprio disappunto per una vita di sacrifici risucchiati dal buco nero dell' Infinita Tassazione Italiana.
Il M5S dà asilo politico a queste pulsioni comprensibili ma becere, sfrontate, eccessive nei toni e nei modi nei confronti del potere partitocratico. Visitate uno dei loro Forum: più la spari grossa più "mi piace" otterrai da utenti incazzosi in cerca di sfogo.
La rabbia acceca, e diventa operazione ai limiti del supereroismo riuscire ad imbastire un confronto dialettico sui contenuti con questi tori inferociti incitati alla corsa da un entrenador tutto votato alla contestazione aprioristica.

"E tutti i nostri no, dove vuoi che ci portino
e tutti nostri no, dove vuoi che ci portino"

Così si canta in un pezzo de "Le luci della centrale elettrica". Come dargli torto.
Dove possono portare tutti questi no, questi vaffa, questi "morti, zombie" ed epiteti vari?
Non porteranno che al lento disfacimento di un movimento che, puntando a cambiare tutto, non cambierà nulla, perché per cambiare davvero qualcosa occorre saper governare il consenso, occorre saper aggregare, mediare, occorre la tolleranza e la lungimiranza di chi non vede le proprie idee come assolutismi ma ha la forza di saperle sottoporre al confronto dialettico (parlamentare e non) e quindi imporle con la forza dei dati e degli argomenti.
Pensiamo un attimo al cavallo di battaglia del M5S, quello che gli ha fatto guadagnare le simpatie di gran parte dei lavoratori precari: il reddito minimo garantito. Grillo lo ha urlato da ogni palco, in ogni comizio. In parlamento però, per mesi e mesi, l'unico disegno di legge in tal senso presentato è stato quello del PD, che poi, in diverse amministrazioni locali lo ha reso realtà e adesso ha introdotto nella recente legge di stabilità una sperimentazione che punta a tradurlo davvero, in forme sostenibili, in legge. Le risorse vengono dalla tassazione straordinaria delle cosiddette "pensioni d'oro", introducendo quindi un meccanismo di equità veramente apprezzabile. Tuttavia, non sentirete nessuno di questi lanzichenecchi del confronto politico dire qualcosa in merito, perché la faziosità li domina come le peggiori espressioni della più bieca partitocrazia.
Si lamentano della stampa "nemica" (anzi creano vere e proprie liste di proscrizione) ma la loro informazione è meno obiettiva della Pravda ai tempi di Trotsky.

"E tutti i nostri no, dove vuoi che ci portino..."

sabato 9 novembre 2013

Una poltrona per due


Manca un mese a quel fatidico 8 Dicembre in cui si celebreranno le (ennesime) Primarie del PD.
Per tutti gli istituti di ricerca Renzi è ampiamente favorito, e vincerà.

Il sindaco di Firenze però non è fatto per fare il segretario di partito, perché è un battitore libero adatto a corse in solitaria, un decisionista abituato a gestire l'autorità autonomamente o con una ristretta cerchia di collaboratori fidati e selezionati.
Il confronto con un partito che più pluralista non si può, con un movimento che ingloba decine e decine di sfumature di pensiero diverse e talvolta anche contraddittorie non fa per lui, che tra le sue doti non annovera certo quella della diplomazia (dote nella quale invece eccelle Enrico Letta).
Ancora una volta, come ai tempi di Veltroni & Prodi, ci troviamo con un centro-sinistra che posiziona gli uomini giusti al posto sbagliato. Abbiamo il più democristiano (seppur competente, onesto, serio) dei suoi leader a Palazzo Chigi, dove a causa della situazione economica occorrerebbero scelte drastiche e innovative. Eppoi abbiamo (avremo) Matteo Renzi alla guida del partito, dove al contrario occorrerebbe un uomo in grado di fare da collante alle varie anime baldanzose che da sempre si muovono al suo interno.
Questa inversione di ruoli può portare giovamento al paese soltanto se si andrà presto alle elezioni e i ruoli si invertiranno, eventualmente sfruttando l'ottima immagine di Letta presso i governi dei paesi alleati sfruttando il buon Enrico come ministro degli Esteri, ad esempio.
Al contrario, se i due dovessero arrivare allo scontro, davvero si aprirebbero spazi pericolosissimi per le forze più deleterie, più demagogiche, più votate allo sfascio generale, privando l'Italia di una forza che, pur con tutti i suoi infiniti difetti, si è sempre caricata sulle proprie spalle il peso della responsabilità istituzionale.
Di positivo c'è comunque che assisteremo, nei prossimi mesi, ad un ulteriore sfoltimento di rami secchi nel primo (anzi, direi unico) partito italiano, ad un ringiovanimento che speriamo sarà sinonimo di rinnovamento, non solo nelle persone ma anche nei temi, e nell'approccio alla vita pubblica.
Anche in momenti in cui le risorse pubbliche sono ridotte al lumicino, la scelta su come investire queste poche risorse può fare la differenza, ed è per questo che occorre un uomo che abbia coraggio, trasparenza, che sappia andare per la sua strada senza sentire il bisogno di dare il classico contentino a tutti.
Renzi è l'uomo in grado di compiere queste scelte, di premere senza esitazioni l'acceleratore fino in fondo sulla strada della semplificazione, della digitalizzazione, della sburocratizzazione. Non ha, come affermano i suoi principali detrattori, il physique du rôle dello statista, ma è sufficientemente sfrontato da fregarsene dei commenti dell' establishment e andare dritto al punto: oggi la necessità per ripartire, per ritrovare crescita, e quindi posti di lavoro e ridistribuzione dei redditi, è quella di rompere corporativismi e privilegi, favorire la competitività delle aziende italiane senza per questo chiudersi in un provincialismo/nazionalismo anacronistico.
Gli stessi processi decisionali, da più parti segnalati come ostacolo alla governabilità del paese, possono trovare nell'affermazione del sindaco di Firenze una prospettiva di riforma che li renda finalmente funzionali, efficaci: dalla legge elettorale a doppio turno fino all'abolizione (o riforma) del senato.
Renzi rappresenta dunque l'unica vera possibilità di cambiamento per questo paese, non perché più capace di altri, non perché più colto o profondo (tutt'altro) ma perché la sua corsa verso il raggiungimento di questi obiettivi minimi dichiarati garantirebbe al paese l'unica vera scossa che le permetta di uscire da un torpore che appare insuperabile.
Per riuscire nella sua battaglia il sindaco ha necessariamente bisogno di un consenso ampio, che lo possa portare presto fino a Palazzo Chigi. La sua ambizione (da più parti ritenuta sfrenata) coincide con l'ambizione delle nuove generazioni di garantirsi un futuro dignitoso. Tutto ciò che si frapporrà a questa scalata, sarà un ostacolo al paese stesso.

lunedì 28 ottobre 2013

Pink Rabbits, The National





You said it would be painless,
A needle in a doll.
You said it would be painless,
It wasn't that at all.





No, non è stato indolore.
La bellezza è personale e talvolta ti colpisce così nel profondo da farti male. Sì, perché muove i fili dell'animo umano come si fa con una marionetta, stuzzica il tuo immaginario in ciò che hai di più recondito, provoca sentimenti elevati a potenza.
La bellezza muove e commuove, a me succede sempre così.

Quando Matt Berninger attacca la strofa con quel “i was solid gold / i was in the fight” io mi sciolgo, mi proietto su un palco scuro e un po' malandato dell'east coast accompagnato da quel piano un po' sbilenco, canto-stono e me ne infischio, perché la bellezza mi riempie e me ne frego di tutto il circondario.
Pink Rabbits (a proposito, si tratta di una canzone dell' ultimo album dei "The National", n.d.r.) è la classica ballata struggente e decadente che mi avvolge i sensi, canzone di amore-non più amore, quindi meno banale della moltitudine di canzoni d'amore che affliggono questi tempi ossessivamente ripetitivi nella loro vacuità di versi originali.
L'approccio con una voce ridimensionata, quasi timida rispetto agli standard rende la canzone più intimistica, con la sezione ritmica che segue questa scia diversificandosi dal solito incedere aggressivo e iracondo.
Ciò che rende questo pezzo un gioiello è dunque la melodia di base, null'altro che melodia. Poche costruzioni accessorie, poca chitarra, pochi fronzoli: una bella melodia come poche se ne sentono e un testo "delusional", emancipato anche dalla nostalgia, che narra di un amore perduto e, quando ritrovato, ormai scaduto.

It wasn't like a rain it was more like a sea
i didn't ask for this pain it just came over me.

Nel finale un citazionismo raffinato presenta un Morrissey d'annata e quel "i was a television version of a person with a broken heart" che si alterna a un espressionismo tipico dell'immaginario del gruppo ("i was a white girl in a crowd of white girls in a park"), mentre un tappeto di fiati accompagna l'esecuzione, specie quella live, lentamente verso una conclusione che non può che essere delusione, se non altro per un'emozione che va spegnendosi. Eterna gloria all'inventore del pulsante rewind sul lettore cd.

lunedì 21 ottobre 2013

Bibbia dubbia.

É questa la mia bibbia piccolina, di sillabe storte e secche come un ramo, di parole che si danno ma che non si chiedono. Una bibbia che non apre mondi, che non cela formule e che dischiude, al massimo, divina indifferenza.

Una bibbiarella di malinconie sussurrate con gli ossimori, dove gli enigmi della vita hanno il sapore dolce-amaro d'un dissenso appena borbottato, d'un falò rimasto fuocherello.
Sparir non so dalla lettura intermittente, ma costante, di questa raccolta di voli, ché di questo si tratta: voli obliqui sull'animo umano, sulle sue debolezze, le sue strutture di cemento che si sgretolano come quegli orrendi castelli di sabbia tumefatti che sprigionavo sulle spiagge Cecinesi.
E tra i granelli immiliardati di parole e rime mozze, trovo la mia pace imperfetta, un inquieto silenzio che rasserena più di una carezza.
Era umile EuGenio, un buon genio dai modi gentili e dai tratti socratici: so di non sapere, ma so anche che tu non sai di non sapere. L'umiltà si tramuta qua e là in irrisione, talvolta si erge a fustigazione di scontate imposizioni di una società talmente piena (di sé) da apparirgli vuota. Perdonava però, perché sapeva, che dalla polvere veniamo e in polvere ritorneremo, perché siamo tutti indistintamente tremolanti nel mezzo della bufera, e perché siamo sangue ch'è destinato a seccare.


Non chieggo si ponga su questa
mia tomba epitaffio gentile.
A dirvi soltanto mi resta:
fui uomo, fui vile.

sabato 19 ottobre 2013

La polverizzazione del centrismo.

Il 18 Ottobre 2013, con le dimissioni di Mario Monti da Scelta Civica (sottospecie di partito da lui stesso fondato nel 2012) giunge a compimento l'implosione del centrismo. Per i sostenitori, come chi scrive, di un bipolarismo forte e radicato, non si tratta di un punto di arrivo ma di un punto di partenza, dal quale iniziare a costruire una sistema dell'alternanza che abbia prospettive solide e durature.
Scelta Civica è stato, oltre ad un bluff organizzativo (spiegheremo dopo il perché) un ottimo misuratore di intuito politico a capacità ermeneutiche dei commentatori politici: chi ha creduto in questo progetto ne è evidentemente privo. Sì, perché questo agglomerato di democristiani con ansia da riciclo, di ex pidiellini convinti della diaspora imminente di Berlusconi, di rigoristi che sbagliano porta, di sportivi e giornalisti in cerca di vitalizi è stato davvero uno dei più grandi collettori di errori ed errate valutazioni nella storia della Repubblica.
A cominciare dall'evidente contraddizione di chi dice di considerare la stabilità come il più importante dei valori ma poi non si adopera in alcun modo (per puro tornaconto egoistico) a rafforzare tale stabilità in maniera duratura, nell'unico modo possibile: dare al paese un sistema istituzionale che garantisca governi forti, in un contesto bipolare all'anglosassone che è l'unico in grado di cristallizzarlo negli anni.
Quanto a Monti: il professore ha avuto un suo ruolo anche positivo nell'avviare un inversione di tendenza del paese in termini di maggiore attenzioni ai conti, maggiore responsabilità, ha riportato l'Europa e gli Usa ad avere fiducia nell'Italia rilanciandone anche l'immagina etica.
L'assenza di visione "politica" di un uomo algidamente tecnico però ha esaurito il suo carisma e la sua presa sull'opinione pubblica italiana nel giro di poche settimane. Proprio in virtù di questa mancanza totale di prospettive se non meramente economico-finanziarie avrebbe dovuto portare Monti, con un'umiltà della quale probabilmente è privo, a capire di non essere in grado di guidare un movimento politico: perché la politica è un quid universale, investe la vita delle persone a 360°, tocca temi che vanno dai diritti civili all'organizzazione dei servizi, ha bisogno di interpretazione e rielaborazione della realtà e delle problematiche esistenziali dei cittadini, cosa che una visione puramente economicistica come quella del Professore non può fornire.
Al di là delle derive personalistiche di diversi movimenti politici italiani, un minimo di leadership organizzativa, motivazionale, carismatica è necessaria: la limitatezza di Monti, la sua timidezza, la sua robotica abnegazione al mondo delle radici quadrate nascondevano in sé sin dall'inizio le radici del fallimento di questa esperienza.
Per questo alla fine Scelta Civica, usurata dalle tensioni interne che Monti non ha saputo né capire né gestire, si avvia al disfacimento, lasciando che i propri componenti si avviino verso un centrodestra più moderato, verso un centrosinistra nel quale la matrice cattolica è sempre più forte, oppure (e per molti personaggi è la cosa più auspicabile) verso la scomparsa dal panorama politico nazionale.
La strada verso un bipolarismo compiuto è oggi un briciolo più facile: le derive proporzionaliste hanno un sostenitore forte in meno, e l'assetto istituzionale ha un motivo in meno per non approvare in tempi stretti una riforma elettorale che vada verso la democrazia dell'alternanza.