domenica 31 maggio 2026

C’è qualcosa nell’umano che non deve essere interamente spiegabile?


Mi è capitato in questi giorni di leggere con attenzione la nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica HumanitasSulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. L'ho letta con la curiosità culturale, più che spirituale, dell'agnostico.

Mi ha colpito vedere come, improvvisamente, anche la Chiesa sembri sentire il bisogno di difendere il mistero. Di proteggerlo. Di restituirgli aria e spazio in un tempo che tende a comprimere tutto dentro dati, prestazioni, previsioni, ottimizzazioni.

C'è qualcosa di ironico, perfino di storicamente paradossale, in tutto questo.

Per secoli le religioni organizzate — non soltanto quella cattolica, ma le religioni tutte, quando diventano sistemi chiusi di interpretazione del mondo — non sempre hanno custodito il mistero: spesso lo hanno amministrato. Normato. Recintato. L'inspiegabile, quando faceva comodo, diventava dogma. Il dubbio diventava colpa. L'inquietudine eresia. La ricerca, obbedienza.

Eppure oggi, davanti a un mondo che rischia davvero di ridurre l'essere umano a funzione e comportamento prevedibile — sottraendo progressivamente potere anche alle istituzioni religiose per trasferirlo alle grandi Tech Company — persino la Chiesa sembra accorgersi che senza una zona non completamente traducibile l'uomo si impoverisce. È qui che, sorprendentemente, trovo una consonanza.


Per secoli abbiamo creduto che il mistero fosse soltanto una stanza ancora buia della conoscenza, destinata prima o poi ad illuminarsi. Un temporaneo difetto di comprensione. Una crepa nella tecnica. Una distanza tra noi e la verità.

Poi sono arrivati i satelliti, gli acceleratori di particelle, gli algoritmi predittivi, le reti neurali. E adesso le intelligenze artificiali che scrivono, disegnano, parlano, simulano emozioni e ricompongono il linguaggio umano come enormi caleidoscopi statistici. Razionalizzano tutto, perfino l'irrazionale.

Eppure.

Eppure continuo a pensare che esista una zona d'ombra dell'essere umano che non debba essere completamente tradotta, spiegata. Non perché sia inutile comprenderla, ma perché è proprio nello sforzo — mai concluso, mai del tutto riuscito — di comprenderla che nasce la nostra umanità.

L'uomo non vive soltanto di risposte. Vive del tentativo di dare un nome alla nostalgia e all'inquietudine, allo spaesamento e all'angoscia — come ce l'ha raccontata Kierkegaard. Vive nel tentativo di spiegare il tremore improvviso provocato da una Life on Mars? qualsiasi ascoltata in macchina sotto la pioggia. Di raccontare il silenzio dei fiordi norvegesi quando il cielo sembra voler parlare senza avere lingua. Di catturare attimi in versi sbiechi o in acquerelli sbiaditi, per come può.
É proprio dall'angoscia, dall'inquietudine, dall'incompiutezza che nasce la parte più bella dell'umanità.
Fernando Pessoa moltiplicava sé stesso negli eteronimi perché intuiva che l'identità umana non è una formula ma una costellazione. Knut Hamsun trasformava il paesaggio nordico in febbre interiore. E forse tutta la grande letteratura è questo: il disperato e magnifico tentativo dell'uomo di avvicinare e raccontare ciò che non riesce completamente a tradurre. 


Da laico, da agnostico, da uomo diffidente verso i dogmi e le verità assolute, mi accorgo oggi di sentire il bisogno di difendere quello spazio. Non propriamente la religione. Ma il diritto dell'essere umano a non essere interamente ridotto a funzione, dato, previsione, efficienza. A verità pregresse.

Perché una vita completamente spiegata rischia di diventare una vita completamente amministrata, eterodiretta, influenzata.


Non dobbiamo avere paura della tecnica, e quindi nemmeno dell'AI. La tecnica cura, connette, salva, accelera, emancipa. Ma dobbiamo avere paura di un mondo che non lasci più spazio all'incomprensibile, al fragile, al contemplativo, all'inutile apparente.

Perché è lì che respira ancora l'anima umana.


E allora — se c'è un'esortazione che mi sento di fare — è questa: abbiate cura delle vostre esitazioni. Custoditele con affezione. Non scusatevi per le pause, per le increspature, per i momenti in cui non sapete bene cosa siete o cosa volete. Sono proprio quelle crepe a lasciar passare la luce. Sono la prova che state ancora cercando, ancora sentendo, ancora resistendo alla semplificazione.

Un essere umano che esita vale più di un algoritmo che non sbaglia mai.

Forse il compito dell'uomo, oggi, non è difendere una superiorità rispetto alla macchina. È custodire ciò che, anche davanti alla macchina più perfetta del mondo, continuerà a restare misteriosamente umano. 

Abbiamo il diritto di abitare il nostro mistero e il nostro dubbio, perché sono ciò che ci rende uomini. Difendere questo diritto significa difendere la libertà, e sarà la vera sfida politica del nostro tempo.

mercoledì 19 novembre 2025

A graticcio


Ho letto su un muro sporco di Colmar una poesia triste di Baudelaire. 

Colava vernice e profumava rancore, mischiava nero e muschio, e raccontava bellezza.

Parlava di sguardi e di tenebre, di abissi e di fughe; di te, di me e della paura di perdersi. 

Penso sempre a quanto è ingiusto, sovrastare di senso i nostri piccoli dissensi, di fronte al mondo in fiamme. Di fronte ai droni che inceneriscono piazze, le carceri piene di inermi o alle macerie delle macerie, che senso hanno i nostri dissensi? 

Sui canali della Petite Venise scendeva pioggia senza sosta, la vernice sulle facciate a graticcio si scioglieva e neppure un verso di Baudelaire rimaneva davvero. 

Dimenticato, nell'inverno.

sabato 8 febbraio 2025

Leipzig

Singhiozzante

passa lento un altro Trabi:

ridi. Non concepisci

il rimpianto di quei singhiozzi 

a GoetheStraße. 


sabato 1 febbraio 2025

Aker Brygge

Poche cose mi appagano e mi riempiono come passeggiare lungo Aker Brygge.

Non è un piacere estemporaneo, c'è dentro tanta parte del mio percorso esistenziale, culturale, morale, filosofico e civico. C'è tutto questo in una semplice passeggiata su un molo di Oslo.


Perché il mio amore caldo per questo posto freddo viene da lontano: viene dalla sovversione familiare di Casa di Bambola, attraversa i viaggi emozionali del Nagel di Hamsun, e sfocia nelle abitudini introspettive del piastrellista di Solstad. 


Geograficamente, la passeggiata su Aker Brygge approda poi in Piazza del Municipio, sede del Museo Nobel. È una perfetta metafora geopolitica. 

La cultura intima, riflessiva, individuale ma mai individualistica si apre ad una cultura collettiva che si fonda sul rispetto, sull'apertura, sulla fiducia verso il prossimo. Il museo Nobel è una trasposizione dell'idem sentire che ho con la concezione norvegese dei diritti umani, del dialogo tra i popoli come base per una Pace duratura, e di un politically correct straordinariamente applicato alla faccia dei torvi, inefficaci sovranismi di tutte le latitudini.

sabato 11 gennaio 2025

Ridicoli coi forti

La destra sovranista italiana ed europea è un concentrato di contraddizioni e superficialità ideologica e politica.

Forti di un consenso mai visto prima e di una stabilità che da sola (insieme agli stanziamenti europei) gli permette di ottenere risultati economici, i sovranisti sprecano il loro tempo nel rincorrere l'attualità, la cronaca, i piccoli risultati da vantare sui social di riferimento, ma non si rendono conto che non solo non stanno cambiando niente e costruendo men che meno, ma si stanno auto-disinnescando.


Sanno esercitare il loro cialtronesco muscolarismo dialettico solo contro scialuppe di disperati e opposizioni crepuscolari, ma pur di ottenere sovvenzioni, supporto, vantaggi di ogni genere si ritrovano a sostenere il golpe globalista/tecnocratico/capitalista di Musk & company.
Non sono solo deboli con i forti, sono letteralmente ridicoli: denunciavano fantomatici poteri forti nei confronti di governicchi caduti dopo sei mesi, e adesso si auto-seppelliscono in assordanti silenzi contro persone che accentrano su di sé il PIL dell'intera Argentina. 

Sono svariati gli ambiti in cui questa posizione ultra-supina e totalmente contraddittoria nei confronti delle concentrazioni di potere si esercita.
Ad esempio, nell'ambito della politica industriale ed ambientale, i sovranisti si lamentano da anni delle aperture europee all'elettrico, sostenendo fosse il più grande dei disastri, salvo poi trovarsi dalla parte del più grande produttore al mondo di auto elettriche e dei suoi interessi che ben volentieri guarda dissanguarsi i suoi secolari competitor europei.

Si dicono Conservatori, ripugnano tutto ciò che viene dal progresso e dai progressisti, ma poi sono i più strenui difensori delle libertà espansionistiche dei magnati dei Social Network, che con i loro algoritmi stanno annientando la società contemporanea e ancor più le prossime generazioni. Non fanno niente contro la più grande Tecnocrazia mai esistita sulla Terra, e contro un uomo che licenzia migliaia di persone con un clic, che lancia satelliti che può spegnere in qualsiasi momento, contro un catalizzatore di dati sensibili di chiunque, loro che difendevano strenuamente la privacy quando qualcuno voleva salvargli la vita con un vaccino.

Sbandierano medievali valori cristiani, ma poi li barattano sostenendo un predatore sessuale alla Casa Bianca, e orde di perversi egotici in ogni paese, persone che così lontane dagli insegnamenti di Cristo non se ne erano mai viste nei vari parlamenti.

In un'economia, quella italiana, da sempre basata su piccole e medie imprese, lasciano Amazon scorrazzare e devastare gran parte dei settori produttivi, non facendo niente di sovranistico ma anzi lasciando che aziende ogni giorno muoiano o riducano drasticamente i loro introiti.

Anche sulle guerre, non li senti mai schierarsi davvero contro i Putin o i Netanyahu di turno, ma si improvvisano pacifisti laddove la pace è soltanto autorizzazione alla sopraffazione. 


Questi pseudo-sovranisti non sono altro che morbidi tappetini rossi stesi di fronte a mortali agglomerati di potere economico/finanziario/politico il cui piacere più grande sarà quello di poter convertire la vita, e la dignità, di milioni di lavoratori in velocissime procedure digitali da esercitare nella più assoluta libertà. E il bello è che, presto o tardi, saranno proprio loro, il loro misero ed estemporaneo consenso, ad essere eliminati con un clic da chi maneggia (e possiede) quegli spazi digitali.

venerdì 5 luglio 2024

Argilla

Una vera e propria diaspora. Sulla strada che porta verso la stazione stormi di mamme con bimbi in braccio, uomini feriti bendati zoppicanti, anziani troppo anziani per camminare e giovani troppo giovani per stare soli.

Lunghe file di disperazione, di pianti, scie d'infelicità lasciate sui terreni ciottolosi.
Dopo l'ultimo attacco con i droni tetti rotti e muri forati facevano da sfondo ovunque, ogni foto era inesorabilmente una cartolina drammatica per amici e quasi amici.
In una cucina spoglia con vista sull'inferno lavoravo l'argilla polimerica fischiettando "back in black", una bella giraffa dal collo lungo lungo e dalle macchie larghe. Dopo l'attacco c'era più corrente alternata che corrente diretta però.
Per completare il lavoro devo cuocere la giraffa in forno convenzionale, ma non si accende.
Provo con una torcia a scendere nel locale seminterrato dove si trova il generatore. C'è polvere ovunque.
Risalgo faticosamente, il forno non funziona, non c'è corrente di nuovo.
Fuori si sente un ronzio, sempre più forte, sempre più minaccioso. Dalla finestra vedo bagliori sempre meno lontani.
Sposto la giraffa dal collo lungo lungo dentro una vetrina con serratura in camera; è rugginosa, fatico a girare la chiave e fatico ancora di più a estrarla. Me la nascondo in tasca, non prima di averla ripulita dalla ruggine, con accuratezza maniacale.
Il mobile ha uno specchio grande e un po' ossidato dal tempo, gli angoli scheggiati, alzo lo sguardo - un boato - mi osservo svanire.

Non faceva freddo

In fondo non faceva freddo.
Pioveva sì, e molto, ma non faceva freddo.
La pensilina di policarbonato era spaccata in più punti, e lasciava filtrare schizzi in maniera continua, fastidiosa. Una piccola tortura, ma tutto sommato non faceva freddo.
Il ritardo si accumulava, cresceva, l'autobus doveva passare alle 17:15, adesso l'orologio segnava le 17:36 e del mio ultimo spiraglio di speranza di arrivare in orario all'appuntamento non rimaneva traccia.
Pioveva, la pensilina era semidistrutta, l'autobus era in ritardo e quei due balordi che sedevano, uno sulla panchina l'altro a terra, alla mia sinistra, iniziavano a lanciare occhiate oblique verso di me.
Il tipo magro seduto a terra aveva dei jeans con una quantità enorme di strappi, mi chiedevo che senso avesse pagare un indumento per intero se poi mancava così tanto tessuto. Pensieri sconnessi fatti per ingannare la paura.
Il tipo seduto sulla panca indossava cuffiette e canticchiava in un inglese zoppicante, azzeccava qualche verso ma credo non avesse mai avuto la voglia di andare a leggersi il testo di quella canzone per intero, accuratamente. Era sicuramente un tipo pigro, uno di quelli che si siedono ovunque e che non hanno voglia di leggersi il testo di una canzone per provare a capirla. Secondo me non aveva neppure tutta questa voglia di guadagnarsi da vivere, uno così non spiegherebbe mai alla signora anziana i vantaggi di uno smartphone con una memoria da 256 gb rispetto a uno da 128 gb, non preparerebbe mai un Camogli in autostrada o non stirerebbe mai dei vestiti con 30° a Luglio.
Lui e il suo amico forse preferiscono seguire il primo uomo di mezza età con la sua giacca grigia a quadri e il suo notebook ben riposto nella borsetta elegante a tracolla fino alla fermata dell'autobus, in un giorno di pioggia, e appena rimangono soli...
Altri pensieri sconnessi.
Il tipo alto mi si avvicinò improvvisamente, io sentii un calore improvviso divamparmi dentro.
- Hai da accendere?
- No, non fumo, mi spiace.
- Uhm...
I due tizi poco socievoli mi scrutavano, pioveva sempre più forte, la pensilina lasciava filtrare sempre più schizzi sulla mia giacca acquistata a caro prezzo nel negozio del centro dieci giorni prima, l'autobus non accennava ad arrivare e l'appuntamento con il responsabile acquisti della lavanderia industriale con cui dovevo firmare un contratto se ne andava a farsi benedire.
Però non faceva freddo. E non tutto era perduto. Non ancora.
Da tutta la vita mi allenavo a mantenermi saldo e lucido, a non cedere alla disperazione di fronte ad ogni timore.
Mi allenavo cercando di individuare sempre un elemento positivo in ogni situazione, mi aggrappavo a quel dettaglio per non lasciarmi sommergere dall'angoscia.
Le piccole paure personali sono immorali, questo pensavo, davvero.
Ci sono tante e tali violenze, crudeltà, sofferenze nel mondo. Sempre, ovunque. Non abbiamo diritto di avere così tanta paura nelle piccole situazioni quotidiane.
È vero pioveva a dirotto, la pensilina era rotta, anche la borsa del notebook iniziava a bagnarsi, erano le 17:44 e l'autobus non arrivava, gli impiegati della lavanderia alle 18:00 se ne andavano, i due balordi iniziavano ad agitarsi, ma non faceva freddo, tutto sommato.

17:48.
Un leggero cigolio, ammortizzatori da pensionare già da un po', schizzi dalle pozze formatesi sui lati della strada mi bagnano le scarpe dal tessuto sintetico tutt'altro che impermeabile.
Salgo, timbro, siedo accanto al signore anziano più rassicurante che abbia mai visto su un autobus di periferia.
Sospiro profondamente, sono vivo.

domenica 25 febbraio 2024

Humanum


La storia dell'umanità è null'altro che il racconto acritico di tutti gli errori commessi, incasellati in uno spaziotempo. Miliardi di persone consacrate ad una qualche vocazione religiosa, ma se anche solo una fosse quella giusta, renderebbe tutti gli altri sconfessati.
E tutti gli adepti ad ideologie in conflitto perenne, hanno ammazzato e cospirato, ma anche se una fosse giusta, renderebbe tutti gli altri invasati solo degli utili idioti. 
Il progresso scientifico stesso è una costellazione di sbagli, perché ogni cambiamento implica l'idea di correzione di qualcosa che precedentemente non era perfettamente a fuoco.
La sola costante di verità presente nella storia umana è la fallibilità, l'unica vera certezza.
Dovremmo insegnare l'errore, e il dubbio e l'autocritica come prima materia di studio a scuola, perché l'errore è la più cruda formazione e il più nobile invito all'umiltà.
Di più: l'errore è il sommo strumento di pace, la strategia di disarmo universale nella cui consapevolezza cesserebbero tutte le guerre, figlie di dialettiche povere destinate soltanto a mutare nel tempo di un plenilunio.
Errare Humanum Est.

domenica 14 gennaio 2024

Ciò che c'è e ciò che c'era







Non c'è forse del silenzio metafisico, nelle tue albe, come c'era nelle mattine dei cacciatori di pellami primordiali?

E non c'è paura e amore, verso il cielo che scorre, la lava che scende e il fiume che esonda, anche in noi che incolonniamo lo scibile umano in tabelle di Excel? 

Fluisce la vita in costellazioni d'errori,  fluisce il dolore in nuove forme d'amore: storia dell'uomo è cercare le cure.

domenica 27 novembre 2022


Nato il 7 di Marzo, il letto era caldo e il dottore distratto.
Piangevi piano, e hai fatto piano sempre coi tuoi 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐢, nessuna attenzione da richiamare quando sei 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢. O u
no dei troppi?
"Sᴀʟɪ ᴀ ʙᴏʀᴅᴏ!", dimentica ciò che c'è intorno, pensa solo al sogno. Non c'è più il prima, c'è solo il dopo. Se il dopo arriva, altrimenti non rimane 𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞, tracce di vita perse nelle 𝐨𝐧𝐝𝐞.
...
Sono il porto, un letto fresco, il dottore attento, la faccia del sogno.
Sono il tuo dopo, la vita con un senso, l'impegno a lottare affinché il dolore diventi 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨.

sabato 16 ottobre 2021

Liberissimo

 

Ruba quadri negli ostelli

gettali nel lago come fardelli

urla in faccia a Munch

stona distorto un intro Punk.

Sazia gabbiani e biancocigni

regala loro gli ultimi guadagni

sali al volo sul metrò

brinda al nulla con un Merlot.


sabato 26 giugno 2021

M5Niente

Come era ampiamente prevedibile, il M5S volge verso la fine del suo percorso, lentamente ma inesorabilmente. L'implosione avviene per spaccature interne tra coloro che hanno accettato la realtà dei meccanismi della politica e tra coloro che invece avrebbero voluto rimanere per sempre minoranza incazzata in grado di rappresentare il ciclo perpetuo delle lamentele dell'italiano medio.
In realtà la fine di questa avventura avviene per autoconsunzione, come era abbastanza chiaro fin dall'inizio a coloro che abbiano minimamente chiara la storia e l'evoluzione dei movimenti politici. Autoconsunzione perché un movimento che nasce da una spinta puramente distruttiva, senza la minima prospettiva ideologicamente costruttiva, conteneva già in sé i semi dell'autodistruzione, una volta arrivato a confinare con il potere.

Non sarà Giuseppe Conte a salvarlo, non essendo lui stesso un profilo di spessore politico ad ampio raggio, ma un mero, moderato, equilibrato, e quindi apprezzato gestore situazionistico.

Cosa rimarrà di questa importante, intensa avventura politica?
La voglia di trasparenza e di onestà, un certa aspirazione, seppur velleitaria, alla giustizia sociale incarnata dal reddito di cittadinanza, e tanta, tantissima confusione e contraddizione.

Nella sostanza, il Movimento 5 Stelle lascerà un'eredità minima al dibattito pubblico, riassumibile in un'accresciuta attenzione alle tematiche ambientalistiche, in un giustizialismo che sembra già una bandiera ammainata, e in una richiesta di trasparenza nelle istituzioni che si è concretizzata in pochissimi cambiamenti sostanziali nelle prassi parlamentari.
A guardare bene, ricorderemo del M5S solo la battaglia per il reddito di cittadinanza, rivelatosi per un paese malato di assistenzialismo distopico come l'Italia, un grande boomerang.
Il reddito di cittadinanza come testa di ariete per ottenere voti, e il reddito di cittadinanza come fallimento di un progetto ambizioso nei principi e disastroso nell'applicazione. 

Il fallimento epocale si misura inoltre anche nell'aver soffiato inutilmente sul fuoco sulla rabbia dei cittadini, aver contribuito in maniera criminale al discredito delle istituzioni e della politica, all'aver innalzato a valore l'incompetenza e la mancanza di cultura politica, per rimanere poi travolti dalle proprie stesse armi dialettiche. La scatoletta di tonno, adesso, può essere richiusa e gettata nell'immondizia.
"Dalla polvere nati, alla polvere ritorneranno".

martedì 4 maggio 2021

Epic Ones

Come ogni decennio, vichianamente ciclica, la Bᴇɴᴇᴀᴍᴀᴛᴀ torna a ricordare al mondo sportivo di esistere. Io sono uno di quei tifosi atipici per cui non è che il risultato sia poi così importante, e come dico sempre, mi interessa più il viaggio della meta, il racconto più del conto.
Noi siamo l'Internazionale ma anche l'Irrazionale: la squadra che vince lo scudetto e l'anno dopo rischia di sparire, la squadra che riabilita gli epurati dal potere gobbo e lo squarcia epicamente, la società con il record di tifosi allo stadio che vince nell'anno in cui i tifosi allo stadio non entrano. Siamo la squadra dei paradossi, ed è per questo che siamo i più belli, i più romantici, i più surreali di tutti.

Questo scudetto è stato da taluni intitolato a Conte, un condottiero furente ma del tutto estraneo alla storia nerazzurra nella sua continuità vincente. Altri lo hanno intitolato alla dirigenza, molti tifosi hanno visto nel gigante buono Lukaku il simbolo di questa cavalcata trionfale, alcuni hanno individuato nell'impenetrabilità della difesa il punto di forza.
Personalmente credo invece che il segreto di questo titolo risieda in realtà nel collettivo che così bene ha funzionato ad ogni livello, e per questo indicherò un mio personale simbolo della vittoria in un personaggio atipico.

Sì, per me è Epic Brozovic l'uomo che meglio di tutti rappresenta l'interismo di oggi.
Arrivato da ragazzino, sul filo della cessione per 4 denari più volte, ha praticamente trascorso tutta la carriera in nerazzurro beccandosi tutte le possibili offese dai tifosi, vivendo tutti i drammi e le sconfitte.
Sgangherato e sublime, in continua oscillazione tra la svagatezza e il furore agonistico, Brozovic è il centrocampista che non aveva collocazione perché troppo disordinato, troppo anarchico.
Poi, un giorno, il "dirimpettaio della follia" (cit. Sabatini), Luciano Spalletti, trasforma il Bakunin nerazzurro nell'uomo d'ordine che fa girare la squadra, quello che governa il mondo meneghino, quello da cui passa ogni respiro.
La trasmigrazione di Brozovic da busker di strada a pifferaio magico è il segreto della scalata verso la felicità di questa squadra.
Ennesimo stupendo paradosso: lo slavo eternamente svolazzante diventa all'improvviso pendolo di Foucault.
Vuoi capire se chi hai di fronte capisce di calcio? facilissimo, chiedigli cosa pensa di Brozovic.
I numeri parlano sempre chiaro:
1° in serie A per km percorsi
2° per numero di passaggi
127 recuperi di palla
4° per passaggi decisivi riusciti.
Brozovic lo smilzo, generatore bulimico di ripartenze, l'uomo che si arrabbia e rincorre, si lamenta e ricostruisce. 
Il truzzo istintivo e scapestrato che diventa pensatore determinista.
Grazie a personaggi controversi come Marcelo, siamo una gemma di poesia in uno sport malato di cinismo.

Tranquilli: torneremo ad avere problemi finanziari, ad arrivare quinti, e ad acquistare un Pancev o un Caio Ribeiro, un Avioncito Rambert o un Gresko, prima o poi.
Ma adesso tocca a noi: è il momento della 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐢𝐚 𝐚𝐥 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞.

venerdì 11 dicembre 2020

Pablito

Quando Pablito segnava ero troppo piccolo per capirlo, ma adesso lo capisco e so spiegarlo perché è così importante nel nostro immaginario. 
Lui non aveva il pibe de oro come il Diez, né il fisico dirompente dei roboCr7 di oggi. Non era alto né tecnico, né potente né veloce. Era semplicemente normale, e la sua è stata l'epica di un tipetto normale che ha trasformato pari pari in realtà il sogno impossibile di ogni bambino mingherlino.

Lui e quella bella storia della pipa di Bearzot, dei baffoni del vecchio Causio e del finto adolescente Bergomi, della testa alta di Antognoni e dell'esempio austero di Scirea. Dell'urlo di Tardelli, che per noi è un quadro che vale di più dell'Urlo di Munch. La storia di un presidente popolare (non populista) come Pertini che folleggia sugli spalti, delle partite a carte sull'aereo e di un paese che si godeva il boom economico.
Il signor Rossi da Prato è stato l'eroe normale, anche con i suoi errori da tipico italiano, di un mondo che è scomparso e che rimpiangiamo in una maniera insostenibile in questo tempo così disperante ed esasperante, che ci priva di tutto, anche delle partitelle dove ogni mingherlino poteva giocare a fare il Pablito di turno.
Ciao, hombre del Mundial.

domenica 12 aprile 2020

Covidays

La formalità degli auguri non mi appartiene particolarmente. Non sono un ottimista fiducioso che rassicuri vacuamente il prossimo con un "andrà tutto bene". Non riesco neppure ad avere speranze fini a se stesse, se non rigidamente supportate da dati convincenti.
Eppure...qualcosa di positivo posso dirlo lo stesso. Vorrei dire che questa minaccia invisibile ha scavato dentro di noi lasciando emergere sicurezze nuove. Di fronte ad una minaccia spettrale e meschina, il calore della casa e del proprio nucleo ristretto di amori, il tempo trascorso anche solo a guardarsi annoiati su un divano é tornato ad essere una certezza
portante dell'esistenza. Ci siamo d'improvviso resi conto di quanto il vortice di appuntamenti, impegni, affari, situazioni dettate dalla dominazione dispotica del lavoro sulle nostre vite fosse precario. Torneremo a essere distratti, costretti e distrutti dagli impegni, ma forse rimarrà in noi per qualche tempo un sentimento di pienezza e di appartenenza che ci sosterrà nei duri tempi che si prospettano.
Vedremo tutto ciò che è digitale come un po' meno freddo e ricorderemo che questi servizi troppo moderni e lontani ci hanno invece tenuti uniti e vicini, e anche un piccolo piacere consegnato a domicilio è un grande sollievo non scontato.
Ritorneremo forse a restituire dignità e onore a tutte le attività di sostegno al prossimo, smetteremo di insudiciare la bontà chiamandola stupidamente buonismo, e forse ci convinceremo finalmente che investire nella ricerca e nella conoscenza alla lunga è non solo più utile ed etico, ma anche finanziariamente più proficuo che tagliare i servizi.
In politica, avremo forse qualche prova in più del fatto che gli "uomini forti" che basano la loro forza sulla demagogia e il populismo, nel momento in cui si devono prendere decisioni impopolari non sono così forti: sono invece di una debolezza assoluta (vedasi i disastri di Trump e Johnson).
Ci convinceremo finalmente che per decidere servono informazioni e conoscenze e competenze che non possono essere tutte immediatamente chiare alle vaste platee. Competenze che i politici non possono avere: devono andare a prenderle in prestito dove quelle conoscenze ci sono, umilmente. Saper chiedere, ascoltare e tradurre in pratica dovrà diventare un nuovo e fondamentale criterio di selezione della classe dirigente del paese.
Ci dovremo fidare di più e non discutere sempre tutto e tutti senza averne le skills e le informazioni.
Saremo costretti, a fidarci di più. Del vicino di cassa al supermarket, del dirimpettaio di scrivania, del corriere che porta le scatole e del runner che porta la pizza. Saremo costretti a fidarci per tornare a vivere in comunità, sapendo che dentro ognuno di noi può nascondersi un untore involontario. Dovremo tornare a praticare umanità e perdono in dosi massicce: perché siamo stati divisi abbastanza, e c'è bisogno adesso di abbracciarci di nuovo, uniti in una speranza di ripresa che non è né individuale né locale, né nazionale né continentale. È solo umana. 

domenica 2 febbraio 2020

Carneade, chi era costui?

Carneade, chi era costui? 
Assurto agli onori della fama qualche secolo dopo la sua scomparsa, e solo per una boutade di Manzoni, questo filosofo greco deve la sua popolarità, fantozzianamente, all'assimilazione che viene fatta tra il suo nome e la simbologia del "perfetto sconosciuto". Eppure, questo signor nessuno della storia del pensiero umano, dopo tanti anni di meditazione, io lo trovo tra quelli che più mi convincono nella loro riflessione. 
Incredibile, no?
Carneade è uno dei capofila della corrente degli scettici, uno che secoli e secoli e secoli fa aveva compreso quanto saggio sia sospendere il giudizio allorché non si hanno certezze da trasformare in verità. E a ben vedere, non le si hanno quasi mai (esattamente il contrario di quello che fanno oggi milioni di leoni da tastiera). 
Aveva ragione lui: se non si hanno certezze, meglio attenersi al verosimile e al probabile (da cui la corrente del probabilismo di cui viene segnalato come guru fondatore).
Sospendere il giudizio significa non voler imporre la propria, pur fallibile, idea agli altri. 
Niente ideologie autoritarie dunque, niente guerre di religione, niente fondamentalismi, rispetto per le libertà e il libero arbitrio, democrazia. Il mondo di Carneade è inevitabilmente un mondo di pace e di rispetto. Di cinica serenità. Il contrario del mondo di oggi, dove frotte di invasati ucciderebbero pur di difendere la propria balzana opinione, salvo poi cambiare opinione 10 giorni dopo. 


Insomma, Carneade, chi era costui? Semplice: uno che abbiamo sbagliato a snobbare, a nostre spese. 

sabato 3 agosto 2019

Errori fatali

Gli incendi nella regione del mar Glaciale Artico hanno prodotto ad oggi (e non sono ancora spenti) 50 milioni di tonnellate di CO2, una quantità equivalente alle emissioni prodotte dalla Svezia in un anno. Putin ha capito di dover intervenire dopo un tempo interminabile, lui così solerte invece a far arrestare ragazzine 17enni che leggono la costituzione davanti alla polizia.
Quando le tanto vituperate élite intellettuali criticano l'incompetenza di questi nuovi barbari sovranisti al potere, molti si indignano. Li chiamano radical chic. Però gli scienziati vi potrebbero spiegare che questa sciagura lascerà tanti e tali danni permanenti al nostro ecosistema che un giorno tutti, ma proprio tutti malediremo il giorno in cui i Putin, i Trump, i Bolsonaro sono saliti al potere con la scusa modaiola dell'anti-politically correct.
Ci (vi) liberano da tutti gli impegni morali: il loro è un immenso chissenefrega verso tutti i buoni propositi del progresso, dalla lotta per preservare l'ambiente, a quella di fare del bene al prossimo, a quella di saldare i debiti e tenere i conti in ordine per un futuro sostenibile, a quella del rispetto di tutte le minoranze e di tutte le libertà.

Rendere questo pianeta migliore per tutti, abitarlo con piacere e fiducia ed esaltarne la bellezza è un lavoro duro, durissimo, che richiede il massimo impegno di tutti, insieme. Curare soltanto i problemi interni ai propri confini, inseguendo un falso ordine e la cronaca spicciola, ci porterà al disastro.

mercoledì 1 maggio 2019

Salerno, sixoclock

Salerno, sixoclock A.M.
Infinitesimo ascolto di "green gloves" mentre percorro un lungomare d'emozioni, miscelatore impazzito di pace & inquietudine.
Un fight club di piccioni mi distrae dagli schizzi di onde infrante sul frangiflutti del litorale, e della vita. 
Sulla banchina deserta, un folle fratello di versi ha appeso un volantino con una poesia su Majakovskij. È un docile risveglio, una solitudine smorzata, un' eco nel silenzio. 
Le bellezze improvvise elevano l'esistenza ad esperienza mistica.

domenica 9 settembre 2018

Press play on tape

Ci sono giorni in cui le ciance sul meteo troppo variabile degli anziani davanti al Bar Moderno sembrano racconti di Carver. Giorni in cui il vento soffia e ti sembra ci sia un concerto di archi all’angolo del bistrot, e il telaio che batte incessante sembra un ritmo tribale di world music fatta con Garageband. Sì, ci sono quei giorni, in cui tutto sembra musicale. Anche la pochezza ciarliera degli umarell che disquisiscono, a cappella, di metalmeccanica applicata sembra un folk rivisitato. L’inconsistenza delle soluzioni macroeconomiche del macellaio che le intervalla con sciabolate in levare su un ex tacchino sembrano un hip hop di protesta. E Tutto sembra ormai sottofondo musicale, anche l’odio e l’acredine e la grettezza, anche il sopruso, l’indifferenza, la tristezza.
Perchè viviamo in una cella mobile sonorizzata dentro e insonorizzata verso il fuori, distratti da tutto e attratti da nulla, in un brusio informe che ci condanna all’incomprensione.
Pause II

sabato 25 agosto 2018

Quando governa la paura

Quando governa la paura, prima o poi i diritti civili e le libertà si restringono.
Quando governa la paura, germoglia l'odio,  la fiducia nel prossimo svanisce, e l'economia si deprime proporzionalmente.
Quando governa la paura, fioccano nemici, e tutti possono diventare bersagli (purché siano una minoranza di qualunque genere).
Quando governa la paura la violenza aumenta,  non diminuisce, e la sicurezza rimane un'utopia,  perché chi delinque non smette di farlo per qualche legge (o tweet) in piú del ministro degli interni di turno.
Quando governa la paura, la società si ingrigisce,  la creatività ha timore ad esprimersi e l'omologazione diventa un rifugio.
Quando governa la paura, la conoscenza,  la cultura, la bellezza diventano superflue, e pericolose per chi governa.
Quando governa la paura, il cielo è più triste.