sabato 30 agosto 2014

Disinformescion

Non ci sono dubbi: la politica ha deluso tutti.
Ha deluso ad ogni livello, in ogni campo, difficile trovare qualcuno che sostenga il contrario. C'è però un settore, in Italia, che per certi aspetti è ancora più deludente della politica: il giornalismo.
Salvo rari, benemeriti casi, in Italia il giornalismo è il frutto scadente di un posizionamento strategico, l'emanazione costante e patetica dell'asservimento alla quota di mercato di riferimento.
Va in onda su schermi grandi e piccoli il killeraggio quotidiano del libero arbitrio, in un un trionfo senza ostacoli della faziosità assurta a pensiero dominante della professione.
Lo spettacolo è miserrimo: giornalisti supini che narrano le gesta dell' insignificante capocorrente di turno come fosse Adenauer, cantori di impavidi rivoluzionari che tratteggiano sceneggiate puerili come fossero prese della Bastiglia, funamboli del taglia e cuci che aggiustano dichiarazioni in base ai gusti dei propri lettori.
Dimmi cosa voti e ti dirò ciò che vuoi, sembra essere il modus operandi delle testate nostrane.

Preoccupa molto questa situazione in cui non è tanto la libertà di stampa ad essere in pericolo (nella speciale classifica grazie alle recenti riforme abbiamo scalato diverse posizioni) quanto l'atteggiamento di fornitori e fruitori di informazioni, per i quali al racconto dei fatti viene sempre anteposta l'opinione, il giudizio schierato politicamente.
Il lettore italiano medio prova quasi ribrezzo per quel lavoro duro, noioso, a volte fastidioso di ricerca della verità, di approfondimento, di elaborazione di un giudizio libero. Predilige notizie preconfezionate che gli dicano che le sue scelte di campo sono quelle giuste, che gli forniscano qualche argomento da utilizzare nelle discussioni tra amici. 
Purtroppo la stampa, come la politica, sono sempre lo specchio di un paese.

Sarebbe quindi utopico aspirare oggi, dopo venti anni di berlusconismo, dopo mezzo secolo di lottizzazioni sfrenate dei media pubblici, di manuale Cencelli applicato alle direzioni di giornali e telegiornali, ad un giornalismo del livello anche culturale che questo paese meriterebbe: e pensare che un tempo il livello del nostro giornalismo era assoluto.
Ricordare la qualità, il fermento culturale espresso dalle riviste fiorentine del primo novecento, ai Papini e ai Prezzolini, ai Croce e ai Salvemini, all'autorità anche morale del Corriere della Sera del direttorissimo Albertini, alla bellezza degli elzeviri di Montale sullo stesso quotidiano mette soltanto tanta tristezza e una dolorosa malinconia.

Imparzialità, questa sconosciuta.
Oggi abbiamo a disposizione solamente prodotti mediatici schierati politicamente, giornali che cercano di influire sulla politica, giornali (e siti) che in maniera parassitaria traggono sussistenza inseguendo l'umore di questo o quel capopartito.
In un paese dove la destra ottocentesca è stata esempio di liberalismo, abbiamo una destra in cui gli unici due quotidiani di riferimento (Il Giornale e Libero) sono praticamente proprietà di Berlusconi, come lo sono diversi canali televisivi, e l'impatto sull'opinione pubblica, l'alterazione della verità in questo ventennio sappiamo essere stato devastante.
Abbiamo una sinistra che perpetua da decenni un circolo vizioso di auto-indulgenza verso una militarizzazione degli organi di stampa: giornali, telegiornali che raccontavano verità comode chiudendo gli occhi di fronte ad una realtà di errori, occasioni perse, consociativismi, compromessi al ribasso. Oppure, in alternativa, abbiamo avuto per decenni giornali del tutto schiavi di un'ideologia (Il Manifesto, l'Unità) che nel frattempo veniva demolita dalla storia, così da trovarsi improvvisamente senza lettori, senza sostenitori, senza senso. Ovvio, se racconti una realtà che non c'è più.

Il problema però, in rapporto al "nuovo che avanza", è addirittura ancor più pericoloso: da Renzi e la sua strategia tutta fondata sul marketing dalla quale la televisione appare totalmente inebetita, fino a quella che si presenta come opposizione al sistema che al contrario usa mezzi nuovi (internet) ma metodi vecchissimi.
Quest'ultimo prodotto della faziosità italica è infatti tra i peggiori in assoluto specie per la qualità del prodotto giornalistico: siti internet (alcuni dei quali di proprietà del cofondatore del Movimento 5 stelle, che di questo stiamo parlando) che usano un linguaggio del tutto sproporzionato e fuorviante rispetto a ciò che raccontano. Un vortice di urla e scandalismo basato sul nulla (quando va bene) o sulla menzogna (nei casi peggiori). 
Produzioni seriali di FINTI SCOOP (come ben testimonia questo articolo), fotomontaggi da asilo, ricerca spasmodica di click a buon mercato, ipnosi del lettore al quale vengono fornite valvole di sfogo alla propria rabbia in un coacervo di balle, rivelazioni apocalittiche, illusioni di verità alternative che hanno come unico risultato ottenuto quello di aver creato una nuova figura sociale: quella dell'adepto (incazzato) al Nulla.

sabato 5 luglio 2014

Storie della storia del calcio.

Il calcio non è solo uno sport. Certo, i detrattori dipingono ormai questa bicentenaria attività ludica come un caravanserraglio di immoralità, una terra di nessuno abitata soltanto da esseri sopraffatti da superficialità e materialismo.
Purtroppo ho il dovere di annunciare che l'occhio coglie solo ciò che alberga nell'animo. Se ci si sofferma soltanto sugli aspetti economici, gli stipendi folli, il gossip che annichilisce, bé, forse è perché si ha la capacità, o la voglia, di cogliere solo questi tristi aspetti.

Il calcio è anche altro: è  romanzo e poesia, dramma e liturgia.
Lo abbiamo notato anche durante questi Mondiali che pure, non va dimenticato, sugli aspetti "amministrativi" ed etici di pecche se ne portano dietro in quantità industriale.

Il calcio è il palo di Dzemaili al 121° minuto di battaglia tra David Svizzera e Golia Argentina, quando tra gli elvetici s'insinua il dubbio che iddio sia passato dalla parte dei più forti.
Il calcio è la traversa di Pinilla, e il suo tatuaggio che immortala la disperazione di un uomo e della sua nazione.
Il calcio è la squadra dell'Iran che si tiene in equilibrio tra la voglia di dare gioia ai propri sostenitori e il low profile imposto dalla spending review più talebana della storia: una sola maglia per tutta la durata del torneo. E guai a chi esulta, in patria.
Il calcio è David Luiz che a fine partita invita lo stadio in festa a tributare un applauso universale a James Rodriguez, la vera grande stella sbocciata nella competizione. L'onore delle armi.
Il calcio è Tim Howard, portierone americano con la sindrome di Tourette, che ha battuto il record di parate fatte in una singola partita dei Mondiali, e rimarrà quindi nella storia non solo per il suo coraggio, ma anche per la sua bravura.
Altra storia altro portiere: Tim Krul, portiere di riserva dell'Olanda, è il coniglio magico estratto dal cilindro del prestigiatore Van Gaal: entra per pochi secondi e poi va a compiere l'impresa, parando due rigori ai costaricani e mandando in paradiso il suo popolo arancione.

Il calcio è, infine, Neymar, il piccolo imperatore un po' fighetto del Brasile, che ad un passo dalla Gloria Eterna è costretto ad abbandonare il suo popolo: e tutti adesso, dal bambino delle favelas al ricco commercialista, si sentono un po' orfani del loro grande sogno, quello di "O'Ney" che alza per la sesta volta la "Copa", e lo fa al Maracanà!

Il calcio è dunque un linguaggio, come dice Pasolini, e come tutti i linguaggi è fatto di livelli di difficoltà diversi da comprendere. Vi si può trovare cinismo, declino, pochezza. Oppure, se lo si ha in animo, ci si può scorgere la più estatica e sinfonica metafora della vita.

venerdì 13 giugno 2014

Vai, vivrai e tornerai.

Radu Mihăileanu è un regista che concede ben poco all'industria cinematografica: segue la propria ferrea, rigida volontà didascalica e non l'abbandona finché il lieto fine delle sue opere non è raggiunto.
Ogni suo film è una Babilonia d'emozioni: si susseguono introspezione, dramma, comunione, amore, peccato, perdono, salvezza. 
La cifra stilistica di Mihaileanu è una capacità rara, finissima, d'insinuare l'ironia nella disperazione, di diluire candida speranza su orrori tentacolari. "Vai e Vivrai", il film di cui voglio parlare, è però qualcosa di più; è un'epopea, è una docu-fiction sull'identità umana, è un romanzo storico che racconta (anche) quanto di più anti-storico esista: l'appartenenze religiosa.
Come accaduto in altri famosi e benemeriti casi (Emil Cioran, Eugene Ionesco), anche per Mihaileanu l'incrociarsi di destini tra metafisici migranti Romeni e la libertaria Francia ha generato grandezze inaudite per la storia dell'arte. C'è poi l'educazione ebraica a fare da sfondo ingombrante a questa ennesima storia di liberazione, in cui la terra promessa coincide con la terra natìa. Il protagonista del film, Shlomo, percorre infatti tutto il circolare sentiero della vita, finendo per tornare all'origine della sua inquietudine: l'Etiopia, la madre, il distacco forzato dalla sua identità (Cristiana).
"Vai e Vivrai" è un film toccante che obbliga lo spettatore ad una quantità di riflessioni sbalorditiva: il tema dell'adozione, dell'integrazione razziale, delle nefandezze dell'ortodossia religiosa. Un viaggio lungo e tortuoso che apre spazi di meditazione infiniti, tante sono le sfaccettature dell'avventura che il regista ci sottopone.
Consigliato anche e soprattutto a chi intenda intraprendere percorsi di accoglienza sui quali è bene prepararsi ponderando ogni aspetto.

martedì 10 giugno 2014

Cristo s'è fermato a Livorno



Ci sono immagini (Infografiche le chiamano quelli bravi) che esprimono concetti politici più dettagliatamente di 1000 parole.
Il concetto in questione è: come sono andati i ballottaggi di queste amministrative del Giugno 2014?

La risposta la trovate, appunto, nella foto qui di fianco.
Certo, gli italiani sono da sempre fenomenali (e terribilmente fantasiosi) nell'arte dell'interpretazione dei numeri, e quindi i dati non sono sufficienti. Occorre approfondire meglio, ne convengo, però partire da dei numeri è sempre sinonimo di onestà intellettuale.

Partiamo da Livorno, la città in cui, il 21 Gennaio del 1921, fu fondato al Teatro Goldoni il Partito Comunista d'Italia (sezione dell'internazionale comunista). Vederla passare di mano dopo tutti questi anni è un fatto storico.
In fondo, però, c'è ancora qualcuno che coscientemente, a ragion veduta può ritenere il PD parente seppur lontano di quella storia? Quindi, il "filo rosso" si era già spezzato da tempo, ammettiamolo.
Anche Perugia era una roccaforte del centrosinistra, ed è strategicamente forse ancor più doloroso per Renzi & C. averla persa.
Però, occorre guardare bene il risultato anche a livello nazionale. E i dati dicono che il PD ha ulteriormente incrementato il numero di amministrazioni che guida rispetto alla precedente tornata. Ha tolto moltissimi comuni al centro-destra, alcuni fondamentali come Bergamo o Pavia. In generale, tutto il nord ha mostrato di aver sposato in pieno la linea Renzi, ad eccezione di Padova dove la Lega ha speso uno dei propri migliori elementi, ovvero Bitonci, ex capogruppo al senato.

In generale, la considerazione da fare è che si è manifestata una tendenza all'aggregazione di forze anche in forte contrasto tra loro per tentare di arginare l'egemonia renziana. A Livorno vecchia destra e vecchia sinistra hanno apertamente sostenuto Nogarin, così come a Modena per il candidato 5 stelle si è speso addirittura il famigerato Giovanardi.
La paura di uno sfondamento di Renzi ad ogni latitudine, e soprattutto il timore di un certo vento di cambiamento, ha incoraggiato vecchi nostalgici della sinistra radicale come tanti orfani di Berlusconi a turarsi il naso e votare per il M5S, pur di frenare questa ascesa. Lo trovo lecito e comprensibile, ma si tratta di vittorie che nascono su basi molto molto precarie, poca progettualità, una convinzione e un supporto reale da parte della cittadinanza attiva molto limitato.
Le vittorie del centrodestra, al contrario, non sono frutto di veti incrociati e di barricate ma di qualità individuali, peraltro non diffusissime in quell'area politica...
A Perugia come a Padova come altrove, se il centrodestra ha vinto è perchè ha presentato un candidato decisamente più forte degli avversari, ad eccezione di Pavia dove la sconfitta di Cattaneo ha davvero ben poche motivazioni plausibili.
In generale, il centrosinistra ha rafforzato la sua leadership nazionale candidandosi a raggiungere un insperato e insperabile potenziale maggioranza assoluta, il che rischia di incidere però negativamente sul cammino della nuova legge elettorale: una legge che rischia di vedere il proprio percorso deciso dalla paura...

lunedì 26 maggio 2014

Un uomo solo al comando.


Ci sono varie spiegazioni sul risultato straordinario del PD e del suo leader Matteo Renzi in queste elezioni europee 2014.
Poche sono, o dovrebbero essere, invece, le conseguenze del voto, che un paese e un ceto politico serio dovrebbero considerare nella sua essenza: un voto per il parlamento europeo che non può influire se non in termini di "termometro politico" sulla situazione interna.

Prima di tutto però occorre definire bene i connotati statistici di questo trionfo:
1) si tratta del risultato più alto ottenuto dal centrosinistra nella storia della Repubblica italiana;
2) è il risultato più alto tra i partiti di centrosinistra in europa;
3) si prospetterebbe il risultato più alto per un partito italiano dal 1958;
4) A Milano, il polmone economico d'Italia, il PD ottiene quasi il 45%, risultato mai ottenuto da nessuno. 

Quest'ultimo dato in particolare spiega meglio di ogni altro come il consenso all'azione di governo sia stato trasversale, travalicando il tradizionale bacino d'utenza del PD (dipendenti pubblici, pensionati).

"O noi o loro".
I motivi di questa affermazione sono abbastanza chiari, a mio avviso. La polarizzazione del voto, voluto da Grillo ("o noi o loro") ma anche da Berlusconi ("è un referendum sul governo") ha fatto sì che la maggioranza degli elettori italiani, che è storicamente moderata, ha individuato in Renzi l'unica possibile ancora di salvezza. In sostanza l'aggressività di Grillo ha spinto i moderati, e buona parte dell'elettorato cattolico, tra le braccia di Renzi.
Il risultato è dunque il frutto delle doti incontrovertibili da cavallo di razza di Renzi nella campagna elettorale, ma anche dell'eccesso di personalizzazione che, in maniera suicida, hanno voluto gli altri due contendenti.
In una situazione che a livello europeo ha visto quasi tutti i partiti di governo arretrare vistosamente, un PD che ottiene questo risultato racconta un'Italia desiderosa di un minimo di stabilità, di ricambio moderato, di riforme ma non di rivoluzioni al buio. Era prevedibile.Da provinciali quali siamo abbiamo caricato di significati nazionali un voto che era extra-nazionale: con questo errore grossolano i contendenti del premier, in un contesto europeo dove in realtà i social-democratici hanno ottenuto un risultato non in linea con le aspettative, hanno trasformato il voto in un boomerang micidiale. Adesso infatti il PD avrà buon gioco ad imporre le proprie linee-guida al governo, e Renzi potrà mettere a tacere tutti coloro che gli rinfacciavano di non avere la legittimazione popolare per dettare il suo crono-programma serrato di riforme costituzionali.

"L'Europa cambia verso".
Due sono gli aspetti su cui riporre l'attenzione rispetto al voto europeo. Il primo è il grande peso che l'Italia e il PD acquisiscono all'interno del PSE, dove viene acquisita una leadership continentale che inevitabilmente comporterà una discussione interna simile a quella già avvenuta in Italia: la socialdemocrazia tradizionale si troverà a confrontarsi con quei principi liberaldemocratici che connotano attualmente l'azione del pd renziano.
Dal momento che l'ormai famigerata "austerity" ha visto come principale sostenitore il PPE ma senza particolari ostruzionismi del PSE, la speranza è quella che in un eventuale governo di coalizione a livello europeo le istanze anti-rigoriste di Renzi possano avere ascolto visto che si tratta della più importante affermazione, in termini numerici, tra i partiti di governo europei.
Da non sottovalutare poi l'eco, almeno in termini di entusiasmo ma anche di peso politico, che il risultato può avere nell'ottica del futuro semestre di presidenza italiana dell'europa, ormai alle porte.
Il secondo aspetto da studiare adeguatamente è quello del grande balzo in avanti, dello sdoganamento che le politiche anti-europeiste hanno permesso alle destre nazionaliste e post-fasciste.
L'Italia si è salvata da questa deriva anche grazie alla forza del M5S che ha attirato su di sé parte di questo elettorato, che è comunque presente e in crescita come dimostra l'affermazione della Lega.
Se le istituzioni europee producono così tanto odio e così poca fiducia, è bene che chi guiderà la commissione nei prossimi anni ne tenga conto e si avvii verso una riforma radicale sia del rapporto con i cittadini (e con i media) sia di una burocrazia ritenuta dai più nefasta e deleteria.

"In basso a sinistra".
La sinistra in quanto tale si attesta ormai sul 4-5%. Tsipras, che pure è apparso in questa campagna elettorale come uno dei pochi protagonisti credibili, anche se solo in termini contenutistici, della contesa, pur aggregando tutta l'area non è andato oltre il minimo sindacale (4,03%) che gli consentisse l'approdo al parlamento europeo. Dato questo che fa comprendere come per quest'area non ci sia più margine per battaglie in solitaria. La battaglia per imporre certi valori, se vuol essere davvero traducibile in realtà, ovvero in provvedimenti e leggi, va fatta all'interno del PD che si presenta ormai come un contenitore aperto che, grazie alle primarie, può permettere a chiunque di giocare le proprie carte, anche agli outsiders.

"In alto a destra"
.
Il centrodestra italiano conferma di essere forza maggioritaria nel paese, nonostante l'anomalia berlusconiana sia ormai, e aggiungiamo finalmente, giunta al tramonto. La somma dei risultati di Forza Italia, NCD, Fratelli d'Italia e Lega dimostra ancora una volta come sia orientato il corpo elettorale italiano, e come sia facilmente recuperabile visto anche l'alto astensionismo. Questo è un dato da non trascurare, nell'ottica di un futuro bipolarismo moderno, di una democrazia dell'alternanza funzionante e compiuta.

Non resta dunque che augurarsi che Renzi sappia trarre giovamento da questo fragoroso investimento popolare procedendo spedito verso la tanto sbandierata opera di riforma e rinnovamento totale, che vada dalla pubblica amministrazione alla costituzione all'economia, incurante dei numerosi ostacoli ma attento alle istanze di tutti, specie di chi, a causa della crisi, è rimasto un po' più indietro.

sabato 24 maggio 2014

Tesa attesa

Non ho bisogno di viaggiare: sono già lì.
Lì con te, con i tuoi fratelli di giochi, le tue mamy gentili. L'attesa è pensiero, è immedesimazione, è viaggio da fermi, ed io sto viaggiando da tempo.

Il cielo non lo sa
che ci struggiamo più delle nuvole
in un azzurro interinale.

Sono le nuvole il legame più forte che abbiamo, adesso. Salirei sopra ogni nuvola che sorvola casa mia (mi casa es tu casa) e come nei cartoni animati mi farei trasportare, come fosse un tappeto volante, direttamente da te.
Ti immagino guardare il cielo come lo guardo io, ogni tanto, ti immagino isolarti dal mondo ed osservare lo struggersi delle nuvole, il loro correre, il loro mutare. Anche per te il futuro è una nuvola, cangiante, fuggevole: ma dietro lo sai, che si nasconde un sole infinito. Siamo sole dell'avvenire, l'uno per l'altro.

C'è uno stormo d'aquiloni
nel tempo che ci sorvola gl' animi
in questa lunga intermittenza
di silenzio e di speranza.

Abbiamo sperimentato miliardi di cambi d'umore, abbiamo nutrito il pessimismo e l'ottimismo con minuscole briciole di notizie che altri hanno lasciato sul nostro cammino. Siamo due palestrati dell'attesa, io e te, e questo ci ha resi più forti, non dobbiamo dimenticarlo mai. Nell'attesa ci siamo allenati a qualsiasi evenienza, abbiamo percorso sentieri ardui senza mai fermarci. Siamo sherpa della pazienza e della speranza e ci stiamo arrampicando lentamente sulla vetta.
Forse hai amici più grandi che ti hanno chiuso in un angolo, forse ti sei sentito così solo da affezionarti a quel maialino di pezza come fosse il tuo parente più stretto.
Potrai portare tutto questo con te, e tutto questo sarà la parte di te che amerò di più. Potrai portare silenzi lunghi come una notte polare e saranno per me pezzi di hard rock incandescente.

Siamo un duetto d'anime,
siamo una trasfusione di rime,
di attese, di lacrime;
siamo sogni arsi,
una culla con intarsi
scolpiti nella notte
ascoltando le lancette
della sveglia avvicinarci.

domenica 11 maggio 2014

Essere Capitano: Javier Zanetti.

Nei giorni delle magliette che chiedono libertà per gli assassini, delle bombe carta e delle pistole, dei covi di tifosi fascisti, dei politici che speculano sul dolore per una manciata di voti in più, ci voleva.
Sì, ci voleva proprio l'epica giornata dell'addio del capitano nerazzurro, perché riporta il calcio alla sua dimensione più bella: quella romanzesca, letteraria, eroica.
La carriera di Zanetti ricorda a giovani e meno giovani l'esistenza di valori ormai dispersi, il suo esempio rasserena le mamme crucciate per le smanie pallonare dei figli, e offre l'assist ai buoni padri di famiglia per riportare in campo l'importanza del sacrificio, della serietà, della correttezza con i propri ragazzi.

Javier Aldemar Zanetti, origini friulane e tempra operaia, è un uomo dai record “normali”, record cioè che non si basano sul talento cristallino o sul genio mirabolante. I suoi sono i record della dedizione, della professionalità, del rispetto degli avversari:

  • 857 presenze con la maglia nerazzurra (record assoluto);
  • 613 partite in serie A, che lo rendono il giocatore straniero con più presenze nella storia del nostro campionato;
  • la media inimmaginabile (diluita in 19 anni) di 32.3 partite a stagione giocate;
  • un totale di 1112 partite giocate in assoluto (5° di ogni tempo a livello mondiale);
  • 162 partite consecutive giocate con la casacca del Biscione;
  • 82 partite giocate in Champions League con la fascia di capitano (record assoluto);
  • 145 presenze con la nazionale argentina, che lo rendono il giocatore con il maggior numero di presenze nella storia di questa nazionale.
Non cito volontariamente i record di Zanetti che riguardano i trofei vinti, perché le vittorie, di fronte ad un uomo così, contano pochissimo. Zanetti ha vissuto anni di sconfitte, drammi sportivi non indifferenti (il tristissimo "5 Maggio"), gli anni delle inchieste giudiziarie e di Calciopoli, passando poi agli scudetti in serie e al celeberrimo "triplete" al fianco di Mourinho: tutto questo mantenendo sempre inalterato lo stesso atteggiamento, la stessa dedizione, lo stesso spirito.
Quelli che contano davvero, che meriterebbero di essere raccontati uno per uno invece sono i record ottenuti dalla fondazione creata insieme alla moglie Paula, la “Fondazione Pupi”: tantissimi progetti che hanno garantito nutrizione, pari opportunità, formazione a migliaia di bambini in Argentina.

Poi c'è quel dato che, pur non essendo record, ne racconta perfettamente le qualità umane:
  • 1 sola espulsione in 19 anni di serie A, per una scivolata sul campo bagnato di Udine.
L'ultimo record racconta di un bruttissimo infortunio, la rottura del tendine d' achille subita alla non tenera età di 39 anni. Ebbene, anche in questo caso l'abnegazione, la forza di volontà, l'amore per questo sport e per l'appartenenza ai colori nerazzurri lo hanno riportato in campo. Un'altra storia da raccontare ai giovani, un' altra parabola da raccontare a chi si trova in un momento di difficoltà.

Ecco, tutto questo è stato ed è Javier Zanetti, “El Tractor”: esempio di vita.