giovedì 23 maggio 2013

#Capaci


Capaci di nascondere verità fino allo stremo delle loro e delle nostre forze.
Capaci di ignorarla, quella voglia di verità dei ventenni palermitani o messinesi o agrigentini, a cui si nega, oltre che il lavoro, anche una storia.
Capaci di infiltrarsi dentro innumerevoli stantie manifestazioni, in cui si onora disonorandola la memoria di quei due eroi di stato.
Capaci di ricostruzioni televisive (talk o freak shows?) in cui si finge di indagare delegando qualsiasi responsabilità allo scomparso più recente.
Capaci di rubare identità e speranza, incentivando il silenzio con la rottamazione della verità.
Capaci di houdiniani illusionismi su agende, trattative, decreti restrittivi che appaiono e scompaiono come bianconigli dal cilindro.
Capaci di ridurre il sogno a sonno, e il coraggio a colpa.

Però lo sanno: sono stati Capaci di uccidere i corpi, ma non di uccidere le anime.

sabato 18 maggio 2013

La favola del Re Matematico

C'era una volta un professore che sapeva fare i conti come nessuno mai nella storia del mondo e per questo era diventato re del suo paese.
Il supermatematico aveva messo in moto i suoi 47 miliardi di neuroni e aveva decretato per decreto che per salvare il suo reame bisognava far pagare tante tasse sulle capanne dei poverelli.
I Reami confinanti fecero tanti complimenti, il Re dei Celti, la Regina dei Nibelunghi, tutti a complimentarsi con il re-matematico.
Tutti però criticavano il re-matematico perché non aveva mai combattuto per guadagnarsi il suo trono, e allora, punto nell'orgoglio, il Re Matematico decise di mettere in palio la sua corona in una battaglia gladiatoria.
Essendo un matematico e non un guerriero, uscì dall'arena dissanguato e mazzolato ben bene.

Alcuni mesi dopo, i guerrieri avevano preso il potere e si trovavano a gestire i bilanci del reame, tutti insieme, e con loro, con un ruolo minore, c'era anche il re matematico. Ostaggi del più forte dei guerrieri, decisero di smettere di far pagare le tasse ai poverelli, perché non serviva a niente.
L'ex Re Matematico allora avrebbe dovuto prendere la parola e, in un moto d'orgoglio, dare qualche consiglio ai guerrieri, spiegare che i conti non potevano tornare. Invece se ne rimase zitto e muto in un angolo, accondiscendente.
A molti poverelli, ma non solo a loro, venne allora il dubbio: se anche i guerrieri possono far tornare i conti, a che minchia era servito un re matematico?

martedì 14 maggio 2013

C'era una volta il calcio

È di questi giorni la notizia del probabile trasferimento del fortissimo attaccante dell'Atletico Madrid, Radamel Falcao, al Monaco, squadra neopromossa nella League 1 francese.
Il proprietario del Monaco è il miliardario russo Ryboblev, spericolato tycoon che, dopo il crollo del regime comunista, ha accumulato ricchezze dividendosi tra aziende di fertilizzanti e finanza "creativa", a cavallo dei continenti.
Il punto dolente, per noi amanti un po' retrò del calcio delle rabone, delle rovesciate alla Djorkaeff, di Beckenbauer con il braccio rotto e di punizioni "a foglia morta", è che questi miliardari stanno deturpando qualsiasi magia romantica da questo gioco.
Il calcio è letteratura, è racconto, è vicenda personale inserita in un contesto gladiatorio. Se si è ritagliato uno spazio enorme tra le passioni sempiterne di uomini (soprattutto) e donne del 20° secolo è appunto grazie a questa imprevedibilità, grazie alle elaborazioni tattiche, al mix perfetto di tenacia e fantasia. Perfino poeti che si studiano nei licei come Umberto Saba hanno celebrato la bellezza di questo sport:

Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V'ama
anche per questo il poeta, dagli altri

diversamente - ugualmente commosso.

Oggi però il calcio sembra divenuto un giocattolo sfizioso nelle mani di annoiati miliardari esotici, che ne stanno facendo un irrazionale collezionismo di figurine da pagare il più possibile. Il moralismo è sempre antipatico, ma la morale è necessaria. Non c'è gusto, non c'è epopea, non c'è dramma né trionfo nei bonifici a mille zeri fatti da questi parvenu del calcio che costruiscono squadre irrazionali, senza competenza, senza logica cameratistica (nello sport ha ancora un senso, si chiama "spogliatoio"). Si attrezzano, libretto degli assegni alla mano, per costruire degli All-Star-Team, più che delle squadre di calcio.
Funamboli, goleador, florilegi di trequartisti. Con grande mestizia per quelli come Ligabue, non c'è più spazio per gli Oriali, e per i Furino e per i Bagni, nelle stanze luccicanti di divi imbalsamati che sono diventate le squadre acquisite da questi plutocrati moderni.
Lo spreco di danaro è obiettivamente riprovevole, sia per quantità che per qualità degli investimenti fatti, e la pazienza di questi investitori è direttamente proporzionale alla loro competenza. Esigono vittorie subito, e al primo anno senza trofei si stufano, a dimostrazione di come il loro fosse soltanto uno sfizio temporaneo.
Lo dimostra l'esonero di Roberto Mancini dal Manchester City: l'uomo che aveva riportato alla vittoria l'anello debole di Manchester dopo 44 anni, con un finale, questo sì, da romanzo epico.

Se il calcio non riacquisterà una minima capacità di raccontare, di inventare emozioni, se non ritroverà credibilità e non saprà riportare sui campi di gioco la potenza illusionistica del gesto atletico puro, così come l'equilibrio tra primedonne e gregari, finirà per implodere, e il mondo sarà un po' più povero di sogni.


È tra i sette e gl'otto tocchi
di tacco che i miei occhi
s'inondano d'amore
per quest'arte senza onore
questa nobiltà di portamento
questo rincorrer senza tempo.
Il naso di Stielike sul caschetto
di Bruno Conti, il dischetto
e il pianto di Baresi,
il 14 di Crujff e il 38 di Dirceu.
Guidone contro Diego(la rivincita di Golia
contro Davide) e giù via
di ricordo in ricordo,
urlo dopo urlo
a gioir d'un nulla rotondo
bello come la trama d'un racconto.

domenica 12 maggio 2013

Pacificazioni.

Si è conclusa ieri pomeriggio l'assemblea nazionale del PD, durante la quale è stato eletto con maggioranza dell'85% il segretario pro-tempore Guglielmo Epifani. Nessuno ricorda già, a distanza di 24 ore, cosa abbia detto, promesso, spiegato. Le sue parole sono già state risucchiate dal Nulla Eterno.
Di ieri ricorderemo invece l'intervento di Matteo Renzi, un intervento ad ampio respiro, carico, vero, pieno di  vita politica vissuta.

In questi giorni in cui tutti parlano della necessità di pacificazione, ritengo che l'attuale sindaco di Firenze sia l'unico in grado di realizzare questa necessità italiana, in tre diversi ambiti.

1) Pacificazione all'interno del Partito Democratico.
Dopo lo scontro l'incontro. Conclusosi nel peggiore dei modi il fantomatico tentativo di Bersani di realizzare un "governo di cambiamento", oggi molti prendono atto che l'unica vera possibilità di tradurre in pratica l'idea di un rinnovamento passa attraverso nuove elezioni e una nuova leadership, quella di Renzi. Ex Dalemiani, Giovani Turchi, perfino ex bersaniani (il capogruppo Speranza) hanno dichiarato che questa è l'unica reale possibilità per il PD. Il correntismo esasperato non porterà a niente, se c'è una possibilità di tradurre in provvedimenti di legge le idee forti della varie correnti è quella di provare a vincere. E per vincere ci vuole un leader che sappia attrarre voti esterni a quelli tradizionalmente di centrosinistra. Altrimenti, come ha dichiarato appunto Renzi togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, per aver rifiutato di voti di destra ci si ritrova con i ministri di destra...

2) Pacificazione tra appartenenze post-ideologiche in guerra da 20 anni.

L'anomalia berlusconiana ha tenuto il paese in ostaggio per lungo tempo. Non si è fatto dibattito politico sui temi, sui programmi, ma sempre e soltanto pro o contro Berlusconi. Questa diatriba costante, ineluttabile ce la siamo trascinata fino allo sfinimento anche su temi fondamentali, come la giustizia. I tribunali italiani non funzionano, sono lenti, i tre gradi di giudizio sono troppi, la burocrazia è avvilente e le risorse sono ridotte al minimo. Non solo, nella Giustizia italiana la parola tecnologia risulta Non Pervenuta. L'assenza di informatizzazione causa spese abnormi, personale in eccesso, tempi inaffrontabili per una qualunque pratica. 
Eppure, quando si parla di giustizia in un dibattito pubblico di cosa si parla? Delle questioni personali dell'ex presidente del consiglio contro questo o quel magistrato di parte. 
Si è cercato, per la necessità di Berlusconi di essere salvaguardato, una pacificazione tra centrodestra e centrosinistra, ma un accordo spartitorio di basso livello come quello messo in piedi da Letta non può essere la soluzione, non può reggere.
La soluzione sta in un confronto tra avversari leali depurato dei personalismi, un confronto realmente democratico con posizioni diverse ma che si riconoscano reciproca legittimità.
A mio avviso, Matteo Renzi era l'uomo della vera pacificazione. Era, e sarà, il candidato del censtrosinistra in grado di vincere e governare cinque anni al quale il centrodestra non riconosce intenti persecutori, ma soltanto posizioni differenti.

3) Ius Soli. La pacificazione con gli italiani non nativi.
Anche su questo argomento Renzi può essere l'uomo della svolta. Mentre tutti gli esponenti, anche della sinistra più estrema, si perdevano in visioni autoreferenziali e posizionamenti tattici, Renzi ha apertamente dichiarato la sua posizione favorevole sull'argomento, dimostrandosi uomo in grado di portare a compimento idee di sinistra con S maiuscola. Dopo la legge Bossi-Fini abbiamo qualcosa da farci perdonare da coloro che sono venuti nel nostro paese in cerca do fortuna. Certo, dobbiamo regolamentare, in maniera democratica ma ferma, i flussi migratori, ma non possiamo ridurre qualsiasi problematica esistenziale a economia, come troppo spesso finiamo per fare. Un bimbo nato in Italia, che abbia frequentato le scuole italiane è e deve essere riconosciuto come italiano. Non ci sono se e non ci sono ma, lo dobbiamo alla sofferenza dei genitori, lo dobbiamo alla possibilità di reale integrazione dei bambini, e lo dobbiamo alla nostra memoria di popolo migrante.

martedì 7 maggio 2013

Quando Belzebù portava gli occhiali.


Molti della mia generazione hanno iniziato a seguire la politica quando il "public enemy number one" non era più Giulio Andreotti, spodestato dal più televisivo Silvio Berlusconi.
Nel ruolo di Lucifero di turno, a cui tutta la sinistra è da sempre affezionata (diciamo pure che ne rappresenta un alimento primario), Andreotti ha svettato per decenni, impersonando alla perfezione il Divo intorno al quale girava qualsiasi sceneggiatura tragica, qualsiasi thriller geopolitico.
Andreotti è uomo che ha attraversato tutti i grandi misteri d'Italia in silenzio, quando ancora internet non esisteva e tutto era più oscuro, indecifrabile.
"Meglio tirare a campare che tirare le cuoia", diceva. Alla fine però, contrariamente a quanto quasi tutti pensassimo, nella sua misterica malvagità era mortale pure lui, e diciamoci la verità, non è che abbia lasciato di sé grandi rimpianti. Quello che ha lasciato in eredità al futuro che succede alla sua scomparsa è l'andreottismo: un sistema di potere, e di vivere, fatto di compromesso ad ogni costo.
Capace di ricattare il migliore degli amici e di dialogare con il più esacerbato dei nemici, Andreotti ha fatto delle informazioni riservate, dei dossier un' arma di diplomazia di massa. Il suo Archivio (solo in parte, lo sappiamo tutti, ospitato oggi dalla Fondazione Sturzo) rappresentava una minaccia per tutti coloro che dovevano scendere a patti con il sette volte presidente del consiglio.
In una modernità che chiede trasparenza ad ogni costo, nell'epoca dei grandi fratelli che dirigono i movimenti e degli streaming delle consultazioni, Andreotti non avrebbe avuto vita facile. Il suo trono di spade poggiava su dialoghi sottovoce nelle stanze segrete del parlamentarismo; stanze che agli occhi dell'elettore contemporaneo sanno di muffa, di nafta, di incenso. Stanze chiuse da aprire, colloqui a fil di voce, argomenti arcani, leziosi, incomprensibili in un tempo dove vince chi ha più fiato per urlare.

Ci manca? No, non ci manca.
La sua azione politica durata dieci lustri ha lasciato dietro di sé un progresso della società italiana ma anche un sistema clientelare, lobbistico, uno Stato divenuto longa manus presente costantemente nella vita degli italiani che ha finito per deresponsabilizzarli.
Il suo fil rouge con una Chiesa secolarizzata fino al midollo, usata come mietitrice di consenso elettorale, ha finito per derubare la spiritualità degli italiani: tanti, dopo di lui, hanno iniziato a vedere nella Chiesa un centro di potere, più che un messaggio di Salvezza.
Tra i tanti personaggi scoperti con le mani nel sacco durante Tangentopoli, Andreotti (almeno da quella vicenda) è rimasto fuori. Durante le numerose perquisizioni non è mai stata trovata una lira in più di quelle che regolarmente gli spettavano. Eppure, il Divo Giulio è stato il più ladro tra i ladri: il suo è stato un furto di futuro.
Avesse impegnato tutto l'acume di cui disponeva per fini più servili verso il prossimo che non verso il mantenimento del potere fine a se stesso, è sicuro: adesso staremmo tutti un po' meglio.

sabato 4 maggio 2013

Cencelli for president.

Ai tempi d'oro della DC la spartizione delle poltrone avveniva secondo stretta osservanza del cosiddetto "manuale Cencelli".

Dopo gli anni di lottizzazione feroce berlusconiana (ma anche prodiana), oggi che torna Premier un esemplare di giovane vecchio post(?)democristiano ecco che il manualetto torna ad essere Vangelo ispiratore.
Rivisto e corretto secondo i dettami della modernità e del modernismo (molti giovani o presunti tali gettati qua e là a casaccio tra i vari dicasteri), il manuale Cencelli rivive di nuova linfa grazie all'amletico Enrico Letta. Amletico, certo, perché vittima costante di un dubbio: essere o non essere democristiano fino in fondo?
Enrico Letta (è il più giovane tra i vecchi o il più vecchio tra i giovani?) nel suo sobrio buonismo doroteo cerca di accontentare tutti per non scontentare nessuno, neppure quelli che al governo non ci sono: si parla addirittura di offerte insistenti alla Lega di presiedere la sua invenzione più fantasiosa, la Convenzione per le riforme costituzionali. I "Barbari Sognanti" però non accetteranno perché nessuno vorrà prendere in considerazione la boutade sulla macroregione del Nord, o forse accetteranno proprio per questo? (NON ce l'hanno fatta fare, noi ci abbiamo provato, urleranno in campagna elettorale).
Sebbene abbia mostrato doti diplomatiche fuori dal comune, il democratico-cristiano è incappato però in un errore macroscopico: la carica di sottosegretario alle Pari Opportunità affidata a Michaela Biancofiore. L'essersi accorto in ritardo dell' errore è comunque imperdonabile.
Personalmente penso che Letta, pur essendo agli antipodi della figura di leader che riterrei necessario per questo paese, aveva comunque mostrato risolutezza e ottime capacità organizzative riuscendo in poco tempo a mettere su un governo che era divenuto inevitabile. Tuttavia, con questo errore, ha aperto spazi a numerose critiche.
In primis, con la nomina di una persona evidentemente incapace e insensibile ai problemi che sarebbe andata a trattare ha lanciato un messaggio enormemente negativo: che nella sua testa era più importante accontentare le richieste di Silvio Berlusconi nei confronti della sua prediletta piuttosto che garantire un valido appoggio a Josefa Idem, Ministro che di quelle competenze è certamente sprovvisto e che avrebbe avuto bisogno di persone esperte all'interno del dicastero. La sensazione che contino più gli equilibri spartitori che la soluzione dei problemi dei cittadini andava cancellata, e invece ritorna prepotente ed inquietante.
In secundis, nei fatti ha mostrato poco rispetto (che invece ha sempre avuto a parole) per problematiche che tante donne ritengono ancora irrisolte, e su questo avrebbe probabilmente fatto bene a consultarsi con il presidente della camera, Laura Boldrini, che forse sul tema ha le idee più chiare. A che servono tutte quelle consultazioni se non si parla dei problemi reali?
Infine, ha rafforzato la critica di coloro che lo hanno accusato di aver intrapreso un percorso di rinnovamento solo anagrafico, non contenutistico. Michaela Biancofiore (come Nunzia di Girolamo o Beatrice Lorenzin) è personaggio nuovo soltanto nella faccia, nella carta d'identità, ma legato ad una visione iper-opportunistica della politica che ne è totale e definitivo annichilimento.

A questo punto, diviene sempre più chiaro che la speranza per il paese è quella di un governo dalla durata molto limitata, meno dei 18 mesi minimi previsti, affinché finalmente, davvero si possa tornare ad elezioni alla ricerca di un governo maggioritario e senza compromessi. Un governo con idee decise, chiare, moderne nei contenuti.
Il tempo di Cencelli è finito.

domenica 28 aprile 2013

Angeli o Demoni?

Infine si è giunti ad una conclusione.
Abbiamo un governo, il 62° della Repubblica, pronto a entrare in gioco.
Ad una prima analisi sembra costituito da diversi nomi apprezzabili, altri poco esperti, in buona parte giovani o comunque non compromessi, con la sorpresa Bonino a dare lustro a tutta la compagine.
Alcune considerazioni sulle scelte:
Cècile Kyenge è una bella novità che costringe finalmente la politica a prendere in considerazione ai livelli più alti il problema di regolamentare l'integrazione, possibilmente intervenendo su una legge ormai del tutto inadeguata come la Bossi-Fini.
La Idem allo sport è mossa puramente di marketing, che tuttavia lascia qualche perplessità per l'azione di quel dicastero riservata a politiche giovanili e pari opportunità. Probabile l'affiancamento di un sottosegretario di maggiore esperienza nel settore.
L'economia, tra i nodi più complessi viste le visioni spesso contrastanti tra i due principali azionisti del governo (nodo IMU), è stata affidata ad un tecnico, così come la giustizia, il che fa pensare ad un governo di gestione, più che di cambiamento vero.
Quagliariello alle riforme costituzionali metterà a frutto il lavoro dei saggi dei quali era parte integrante. Se potessi dargli un consiglio, approfitterei del sostegno solo esterno della lega per eliminare la base di calcolo regionale del Porcellum, vera e propria "porcata".
Il PDL piazza due giovani come Lorenzin e Di Girolamo più per assenza di nomi presentabili che per reali capacità delle due onorevoli: qui emerge chiaramente la richiesta di Letta (imbeccato, pare, da Renzi) di non inserire nel governo nomi fortemente divisivi e "ancien règime" come Brunetta, Schifani, Bondi, Scajola et similia.
Due ministri del PD rappresentano le novità in assoluto migliore e peggiore dell'intera compagine: Maria Chiara Carrozza ha tutte le credenziali per affrontare finalmente, in maniera competente, le enormi e variegate problematiche dell'istruzione pubblica; il ministro dello sviluppo economico, Zanonato, sembra invece frutto di un eccesso di tatticismo lettiano che ha dovuto piazzare questo ministro (bersaniano di ferro) in un settore che invece meritava figure maggiormente preparate, innovative e al passo con i tempi. Stesso ragionamento può essere fatto per il ministero dell'ambiente, dove Orlando è stato piazzato unicamente per accontentare i "giovani turchi", mentre questo sarebbe uno dei settori sul quale investire maggiori risorse per il rilancio anche industriale del paese. Queste due pedine paiono il simbolo di una volontà (o necessità?) spartitoria potrebbe essere il vero punto debole della squadra di governo.
Letta, in ogni caso, ha compiuto un capolavoro di mediazione, di tattica, ha saputo tessere una trama che, alla luce dei fatti di oggi, ritengo parta da lontano.
Ricostruendo tutta la storia dal dopo-voto, e volendo provare a individuare dietrologicamente uno schema che dia un senso a tutta la vicenda, si possono individuare i seguenti tre punti focali:

1) Proposta di Marini quale presidente della Repubblica;
2) Impallinamento di Prodi in quanto nome divisivo rispetto a possibili accordi con il centrodestra;
3) Limitazione delle sinistre parlamentari.

Tengo a precisare che si tratta di un puro divertissement, non ci sono prove e neppure indizi certi che diano spessore a questa ricostruzione, si tratta soltanto di sensazioni.
Comunque, dal momento in cui si è usciti dal voto con una chiara indicazione delle urne, ovvero che non c'era una maggioranza di centrosinistra per formare un governo, una parte del PD (la componente ex popolare, cattolica, moderata) ha iniziato a tessere una tela che trovava appiglio nelle componenti cattoliche e moderate degli altri partiti (Scelta Civica, Pdl). In buona sostanza, un fil rouge che univa tutti gli ex DC, che come da tradizione sono dei buongustai del compromesso.
Da questa convergenza trasversale nasce probabilmente la candidatura Marini, affossata dalla sinistra del PD ma anche da Renzi che vedeva in Marini un uomo della vecchia partitocrazia.
Prodi subiva quindi la rappresaglia di questa componente moderata ferita e sconfitta al primo tentativo: a quel punto quelli che erano soltanto contatti e piani B iniziavano a farsi realtà, di fronte ad una vera e propria implosione del PD che faceva crollare qualsiasi reticenza visto lo strappo e lo sgarbo ricevuto con la candidatura Marini.
Sotto la regia di un Napolitano connivente, investito della massima responsabilità vista l'impasse creatasi, Letta ha preso il coraggio a due mani e portato a termine il progetto iniziale ottenendo l'incarico e allestendo un governo che prevedesse tutte le componenti moderate del parlamento.
Il fatto che tutti i componenti della direzione del PD si siano dimessi ad eccezione del neo-premier è indicativo: lascia pensare che non fosse così focalizzato sulla linea precedente (linea alquanto traballante, a dire il vero) e che avesse già pronto il percorso alternativo da percorrere.
Se andiamo a contare i componenti ex DC o di formazione DC, ci accorgiamo che sono all'intenro del governo una maggioranza netta e ben definita, con addirittura due componenti di CL.
Emma Bonino probabilmente è stata scelta proprio per controbilanciare questa presenza fortemente, ferventemente cattolica all'intero del governo, oltre che per risolvere la grana dei Marò che pochi volevano assumersi la responsabilità di affrontare.
La sinistra, per l'ennesima volta, esce sconfitta amaramente dalla partita, e con la rinnovata liaison tra Renzi e Lettiani/Franceschiniani (puramente tattica) rischia di perdere il controllo del partito ma anche di essere confinata in posizioni di rincalzo al prossimo congresso, nonostante un possibile ruolo di direzione soltanto di facciata.
Le uscite di Barca e Vendola su un nuovo assetto territoriale/organizzativo che la sinistra deve darsi, sommate alle dichiarazioni di alcuni deputati del PD, hanno dato l'impressione di una forte volontà di ricostruire una forza di sinistra-sinistra, che vada a inglobare anche movimenti non precedentemente coalizzati come Rivoluzione Civile. Si tratta di un' ulteriore possibilità, ancora tutta da verificare, ma che potrebbe portare a un ulteriore riassetto delle forze parlamentari, con il risultato non certo rasserenante di trovarsi a future elezioni con quattro forze del tutto antagoniste che difficilmente permetteranno la formazione di governi stabili.
Adesso comunque quel che conta è il programma che Letta vorrà darsi: da domani capiremo se questo vorrà essere un governo transitorio, un governo d'emergenza, o sarà invece un vero e proprio esperimento di neo-centrismo che cercherà di durare il più possibile.
In questo caso, non tarderanno a farsi avanti i disturbatori...