lunedì 8 agosto 2016

Sisifo2016


C'è un fetore salmastro
che inonda questo tempo.
Il dileggio dei sapienti,
il cinismo dei potenti,
la dittatura degli istinti.
Forse è già arrivato il momento
in cui il masso torna indietro
e lunga la rincorsa
riparte ancora, pioggia di dolore.

domenica 10 luglio 2016

La formula che mondi possa aprirti

Ci sono due parole che ho sempre ritenuto essere alla base dell'unica possibilità che il genere umano ha di trovare un minimo di equilibrio, di pace, di serenità: comprensione e immedesimazione. 
Non si può né comprendere né immedesimarsi senza un'innata sensibilità verso il prossimo, né c'è possibilità di riuscire davvero a capirsi senza studio e approfondimento. 
Credo che questo pericolosissimo populismo che sta avanzando in questi tempi odiosi abbia nelle fondamenta proprio l'oblio di questi due termini: comprensione e immedesimazione.
Non c'è più voglia di capire, di studiare, di immaginare ciò che prova, vive, affligge l'altro: da qui nasce questo cinismo imperante, grezzo, misero, folle. In troppi vivono ormai accartocciati su se stessi, aggrovigliati dentro le proprie piccole insignificanti facezie quotidiane.
Ci sono state altre crisi economiche nei secoli scorsi e altrettanto borioso si è presentato questo sentimento di indifferenza verso le sorti altrui. Ha prodotto ciò che sappiamo, innominabile catacomba di qualsiasi morale.
Vorrei tanto che la mia "formula che mondi possa aprirti" fosse universalmente recepita, anche se so essere impossibile: perché comprendere non significa appiattirsi su altre culture, immedesimarsi non significa annichilire la proprie identità.
Vorrei che fossimo nuovamente spinti a conoscerci, perché la conoscenza porta con sé rispetto e una possibilità di convivenza serena, equilibrata.

domenica 3 luglio 2016

Speranza di naufragi


In una notte quasi boreale

dolci squarci nella vela


accennano alba tra i marosi.

Alibi

Viviamo in un' epoca in cui i produttori seriali di alibi accatastano denari e idolatria più di chi prova a regalare un sogno o un'emozione.
Forse perché la dittatura globale dell'intrattenimento ha creato orde di sognatori arditi delusi dalla (propria) vita, voluttuosi traditi dalla triste ripetitività del reale che cercano adesso qualsiasi capro espiatorio per incolpare chiunque (ma non se stessi) della propria ordinarietà.
Forse perché le retoriche sui sogni, sui successi, sulla fama, sull'ambizione-a-ogni-costo hanno tradotto la normalità in banalità.
Forse perché i social network stanno trasformando la democrazia digitale in un impero globale della sciocchezza, e anziché liberare sacrosante rivendicazioni si sono trasformati in megafono dell'ignoranza.
Proprio in questo contesto di annichilimento del ragionamento, del sapere, dello studio, si inseriscono questi distributori seriali di paure, di colpe facili, di interessi immediati. I populisti rilasciano alibi per tutti e in quantità industriali: hai perso il lavoro? non è perché non conosci neppure la tabellina del 9 e i congiuntivi pensi siano liste di nozze online, no no, è per colpa dell'immigrazione, della globalizzazione, dell'Europa, dell'Euro, del PD, degli intellettuali di sinistra e dei film di Kieslowksi.
Tanti, troppi uomini cercano il solletico facile del "politically uncorrect", si lasciano vincere dalla frustrazione e si incamminano, mani sugli occhi, verso una cinismo devastante e mortifero.
Anni di sensibilizzazioni, di lotte, di insegnamenti nelle scuole, di elevazione culturale, di battaglie civili diventano insignificante brusio. Ogni ideale, ogni sentimentale slancio di solidarietà, di pace diviene oggetto di dileggio & disprezzo nell'agorà virtuale dei populisti: vale solo la difesa del proprio orticello, piccolo piccolo, sempre più piccolo, sempre più cupo.
Ed io ho paura di questo progresso che nasconde (neppure troppo) i sintomi del regresso.

lunedì 11 gennaio 2016

Lazarus

David Robert Jones, in arte Bowie, ha rappresentato, ha raffigurato, ha impersonato in maniera cristallina il concetto di libertà d'espressione.
Corsaro nelle sue sperimentazioni sonore, navigatore ardito tra i generi e le sottocategorie, pirata arguto nella sua capacità di rubare gli spunti che la contemporaneità gli offriva, ha circumnavigato il mondo della musica con una scaltrezza e una visionarietà uniche e, forse, ineguagliabili.
Camaleontico per natura, generatore seriale di eteronimi, sognatore psichedelico, Bowie lascia un'eredità non raccoglibile per l'unicità della sua impronta, ma allo stesso tempo rimane il più grande esempio di come solo sperimentando, rielaborando, e spesso sbagliando, si riesca a dare il proprio personale indirizzo, ad incidere sulla direzione che la musica sta prendendo.

La sua lezione ai posteri consiste nell'incarnazione di un valore, quello della libertà, che per un artista deve essere un valore irrinunciabile, se intende provare a lasciare, comunicare, donare qualcosa di più del semplice prodotto di consumo.
Bowie è proprio questo: quell'espediente dialettico perfetto che ti serve per spiegare ad un amico la differenza tra musica intesa come bene di consumo, come mero intrattenimento, e una musica intesa come ARTE, senza che questo comporti una rinuncia ideologica alla popolarità e al gradimento.
Bowie è stato dunque portatore sano di una libertà che ha saputo applicare andando oltre all'effimero pentagramma: allargando le prospettive della musica al teatro, al cinema, alla letteratura. Artista totale e globale, complesso e complessivo.

Proprio questa caratteristica romanzesca della sua produzione, e l'intreccio profondo tra racconto e biografia, fanno balenare idee strambe sulla notizia della sua morte.
Molti dei suoi fan avranno pensato ad uno scherzo, ad una trovata (lui che di ironia non difettava...), non riuscendo ad accettarla. Allo stesso tempo, Bowie è talmente e palesemente ormai entrato nel mito che la morte è solo un passaggio (affrettato) per il suo ingresso di diritto nel Panthèon degli Dei della Musica, dove già, idealmente, risiedeva da tempo immemore.


Penso dunque al titolo del suo ultimo singolo, Lazarus, e ho come il presentimento di vederlo riapparire tra qualche giorno, risorto dalle sue ceneri che magari erano soltanto social, in una perfetta trama surreale di quelle che ha sempre saputo regalare nelle sue liriche.

Ceneri, o polvere di stelle.


domenica 13 dicembre 2015

In vena

Ho una tale necessità di lettura, di immersione profonda in un qualche testo di quelli giusti, che se potessi chiedere al dio della scienza una nuova, rivoluzionaria invenzione, sarebbe quella di un libro da iniettare in vena.
Veloce, immediato, compatibile con la frenesia ammazza-tempo-libero contemporanea.

Il governo ha recentemente deciso di investire dei soldi, in maniera ovviamente più simbolica che risolutiva, nell'accrescimento culturale delle nuove generazioni.
...Avessi avuto io quel bonus, nel tempo in cui avevo moltissimo tempo e pochissimo denaro da dedicare alla lettura...

Invece c'é chi critica, chi parla di mancia elettorale, chi di mossa propagandistica. Mi chiedo: e da quando la cultura ha un benché minimo ritorno elettorale? 

La cultura ha un solo ritorno: in bellezza, in progresso, in bene comune. Purtroppo, però, lo capiscono in pochi.

domenica 30 agosto 2015

Please, Please, Please

Ci sono canzoni che elevano ed accrescono il loro status con lo scorrere degli anni. Lo fanno grazie all'apprezzamento plurigenerazionale, vero e proprio passpartout affinché un brano passi dalle classifiche al mito.
Please, Please, Please Let Me Get What I Want è una preghiera in note molto, molto moderna, figlia della tipica inquietudine esistenziale dell'intellettuale contemporaneo, quale Morrissey è.
Il punto di forza di questo pezzo è l'universalità del messaggio: ognuno di noi cova segretamente un'ambizione, alimenta un sogno nel segreto della propria anima, e il duo Morrissey/Marr è riuscito a tradurre in parole & musica questo desiderio. Proprio grazie alla genericità del testo l'intensità del pezzo si adatta  a qualunque obiettivo sia teso, divenendo quindi un inno buono per tutti i tempi, tutte le generazioni, tutte le sensibilità.
A rendere questi 110 secondi unici nella storia della musica è anche quel loro essere cronaca intima di una volontà di riscatto, sentimento comune a tanti nuovi e vecchi giovani. La dolcezza del cantato, il mandolino finale sono il contorno perfetto ad una narrazione breve e intensa, semplice ma sempre, nuovamente rivoluzionaria ogni volta che raggiunge un nuovo ascoltatore.